La questione Brexit ormai si trascina da anni ed è sempre più chiaro di cosa si tratti. Più ci si avvicina a quello che ormai sembra inevitabile, più il quadro generale si fa meno confuso.

Il movimento pro-Brexit ha trovato diversi sostenitori all’estero, chi più diretto come Trump, chi meno come Russia e Cina, che comunque sostengono un eventuale uscita dalla Gran Bretagna dagli accordi europei. Il motto è unanime: divide et impera.

Una volta uscita dall’Europa, specialmente in caso di no-deal, la Gran Bretagna si troverà a dover rinegoziare gran parte degli accordi commerciali. In caso non lo facesse, dovrebbe attenersi alle regole del World Trade Organization, ovvero L’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Per chi non la conoscesse, L’Omc è il luogo in cui i paesi negoziano le regole del commercio internazionale. I paesi membri sono 164, la sede è presso il Centro William Rappard a Ginevra, in Svizzera. Ovviamente, gli accordi commerciali non sono gli unici da ristipulare, ma sono sicuramente i più problematici, visto che coinvolgono diplomazia e interessi internazionali.

L’Organizzazione Mondiale del Commercio

Il meccanismo dell’Omc è abbastanza semplice e può essere vantaggioso o svantaggioso in base alle merci trattate. Ogni paese membro dell’Omc ha stilato un elenco di tariffe (ovvero tasse sulle importazioni ed esportazioni di beni) e di quote (limiti sul numero di merci importabili o esportabili) che si applicano agli altri paesi con cui non esistono accordi. Per fare un esempio, le imposte Europee sui prodotti non agricoli sono abbastanza vantaggiose, aggirandosi intorno al 2,8%. Quelle del Omc, invece, sono generalmente più alte e vedono un incremento significativo quando si parla di bene agricoli. L’importazione di automobili in Gran Bretagna, in caso di un’uscita senza accordo, arriverebbero al 10%. Per i prodotti agricoli, come già detto, gli aumenti sarebbero anche più significativi, raggiungendo circa il 35% per i prodotti lattiero-caseari.

L’Europa, al momento, grazie ai suoi accordi di libero commercio, garantisce che l’80% dei prodotti importati in Gb siano tax-free. Un eventuale no-deal causerebbe, molto probabilmente un aumento delle tariffe. Soprattutto in virtù del fatto che la Gran Bretagna verrebbe trattata a tutti gli effetti come un paese fuori dall’Unione e, a cui, al di là della vicinanza, verrebbero applicate imposte da paese extracomunitario. Questo anche in virtù del fatto che l’Europa difficilmente potrebbe tendere la mano a un paese uscente, offrendo tariffe vantaggiose, o questo potrebbe ingolosire altri paesi in cui i movimenti sovranisti raccolgono molti consensi. Conscio che l’Europa non potrà fare troppi sconti, il Governo britannico ha già iniziato a muoversi per stipulare eventuali nuovi accordi che gli permetterebbero di avvantaggiarsi nel commercio coi paesi extra-EU. In sostanza, se non si può arrivare a un deal con l’Europa, bisogna cercarlo altrove.

I nuovi accordi commerciali

Per questo motivo, tra le numerose soluzioni possibili, ce n’è una che il governo ha già avviato. Ovvero, la ricerca di nuovi accordi per coprire le lacune lasciate da un no deal. Ed in tal senso Westminster ha già iniziato a muoversi stipulando nuovi trattati con vari paesi. Su 40 accordi da cui la Gb dipende dall’Europa, 11 sono già stati risiglati: gli Stati Andini (15 maggio), Norvegia e Islanda (2 aprile), i paesi caraibici (22 marzo), le isole del pacifico (14 marzo), Liechtenstein (28 febbraio), Israele (18 febbraio), Svizzera (11 febbraio), le isole Faroe (1 febbraio), il mercato comune dell’Africa Orientale e Meridionale (31 gennaio) e Cile (30 Gennaio). Inoltre è stato annunciato, anche se ancora in procinto di essere siglato, un accordo con la Corea del Sud.

Per arrivare a compimento della missione, però, bisogna mantenere buoni rapporti con Trump, perché è lui la chiave per trovare un accordo anche con il Nafta.

Il Nafta

Il Nafta, acronimo di North American Free Trade Agreement, è un accordo che include Messico, Stati Uniti e Canada e riguarda la libera circolazione di merci. Siglato nel 1992 e, in origine, aspramente criticato, si è rivelato una miniera d’oro per tutti e tre i paesi. Per fare un esempio, 36 su 50 stati Statunitensi, come principale partner commerciale hanno il Canada.

Sin da quando Trump si è insediato, il Nafta è sempre stato al centro dei suoi pensieri e, di conseguenza, al centro di un braccio di ferro tra lui e Trudeau mentre il Messico, bene o male, si è rilegato un ruolo più marginale, visti già le complesse relazioni che intrattiene con la Casa Bianca. In questo continuo vortice di trattative e negoziazioni ci potrebbero quindi rientrare anche i britannici che, come già spiegato da InsideOver (Trump blinda l’asse con Londra. L’alleanza dell’Atlantico in chiave anti Ue), vantano rapporti molto saldi con gli Stati Uniti, sebbene Trump vorrebbe comunque guadagnare un vantaggio significativo dalla vicenda Brexit, portando a casa un accordo vantaggioso per Washington. Bisogna poi sottolineare che, almeno sulla carta, il Canada è ancora una monarchia e che i reali in carica non sono altro che la famiglia reale britannica. Ebbene sì, la Regina Elisabetta è sovrana anche del Canada, sebbene si vociferi che il paese dello sciroppo d’acero non stia aspettando altro che la sua dipartita per separarsi definitivamente. L’attesa è un segno di rispetto nei confronti di una delle Regine più longeve della storia.

La stipula di un accordo commerciale con il Nafta si può dare per scontata in caso di Brexit, ma la possibilità dell’ingresso della Gran Bretagna nel Nafta sarebbe più complesso, sebbene non impossibile. L’argomento pare sia già stato introdotto nelle trattative per la stipula dell’accordo tra i tre paesi, trattative che però sono mantenute segrete. Il problema principale è che Trump non vuole concedere vantaggi a nessuno, per questo è difficile pensare che si possa esporre in tal senso prima di un annuncio ufficiale da parte del Governo britannico sull’argomento deal/no-deal. Nessuno darà alcun vantaggio alla Gran Bretagna che dovrà accettare di sedersi al tavolo come parte richiedente, e quindi più debole. La cosa certa è che un accordo in tal senso potrebbe comportare un cambio drastico della geopolitica economica Europea, con l’Unione che si troverebbe gli Stati Uniti letteralmente al di là della manica.

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