L’inizio dello scorso secolo era stato contraddistinto dal raggiungimento di traguardi geografici sino a poco tempo prima considerati inarrivabili, come la cima del monte Everest e i poli agli estremi della terra. Questo secondo decennio del secolo XXI, invece, sarà contraddistinto dal tentativo della Cina di raggiungere i fondali più bassi della Terra sino a questo momento conosciuti: la fossa delle Marianne.

Dopo aver rilanciato il proprio programma lunare, Pechino ha deciso di spingersi fino al punto più remoto di tutto l’Oceano Pacifico, con l’obiettivo dichiarato di portare ad un nuovo livello la conoscenza dei fondali marini e di cercare nuovo giacimenti sepolti sotto 10mila metri di acqua salata. E in questo scenario, dunque, acquista sempre una logica maggiore la crescente presenza dei sottomarini cinesi nell’Oceano Pacifico meridionale, a chiara conferma dell’intenzione di Pechino di mantenere di sua esclusiva proprietà le operazioni esplorative nella regione marittima.

Un’impresa scientifica e militare

Per mettere a punto un modello di sottomarino in grado di raggiungere i 10mila metri di profondità (l’ultima esplorazione cinese dell’area, che risale al 2012, giunse al limite record di 7mila) sono state mobilitate le menti scientifiche e le imprese produttrici di imbarcazioni militari della Cina. Con il modello messo a punto dalla China State Shipbuilding Corporation, la speranza è dunque quella di riuscire a portare nei meandri del Pacifico le strumentazioni scientifiche e il personale necessario per portare a termine gli studi e le ricerche nella regione.

La smobilitazione delle aziende specializzate in sottomarini e cacciatorpediniere è un chiaro segnale di come in futuro la Cina non sia intenzionata a sfruttare i fondali dell’Oceano soltanto per scopi economici, ma anche e soprattutto per motivazioni belliche. Ciò infatti è stato sottolineato anche dal progettista cinese impegnato nell’ideazione del sommergibile, Hu Zhen, in accordo con quanto riportato dalla testata giornalistica The TimesE in questo scenario, dunque, la Cina conferma anche le sue intenzioni di imporsi come potenza, cercando di espandersi in un terreno ancora poco battuto dai grandi rivali internazionali (gettando timore soprattutto sui Paesi vicini bagnati dall’Oceano Pacifico, come l’Indonesia, le Filippine ed il Giappone).

L’espansione nel Pacifico, tra “spazio vitale” e interessi economici

Non è mai un bel presentimento quando si sceglie di utilizzare la combinazione di parole “spazio vitale” se essa viene riferita al tentativo di un Paese di porre una sorta di scudo di difesa come contorno ai propri confini naturali. E anche nel continente asiatico, in effetti, ha già creato tensioni e attirato l’attenzione degli osservatori internazionali, che già da tempo stanno monitorando le mosse della Cina vicino ai mari dell’Indonesia.

Mentre però le proteste dell’Indonesia erano riferite sostanzialmente al presentimento che da un momento all’altro la Cina potesse appropriarsi delle sue acque territoriali, per Pechino la “battaglia” che si sta svolgendo nel Pacifico è di vitale importanza, almeno sotto due aspetti. Quello militare, in quanto il possesso della fossa delle Marianne e della tecnologia per utilizzare la sua conformazione geografica apre nuovi scenari di difesa, e quello economico, grazie alle enormi ricchezze che – si stima – sarebbero presenti nella regione. E benché Pechino non si sia ancora sbilanciata in termini di quantità e conformazione – forse anche per tenere lontano l’interesse internazionale – la sensazione è che la spedizione cinese sia un’esplorazione quasi a colpo sicuro, considerando l’enorme spesa pubblica che sta circondando il progetto. A ennesima conferma di come Xi Jinping sia abile nel giocare più battaglie su più fronti, con la debolezza dimostrata negli ultimi mesi a causa del coronavirus che ha distolto l’attenzione mondiale (ma non di tutti) dalle sue mosse nel Pacifico.

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