Il confronto è impressionante. Mentre ieri l’Italia annunciava 1145 nuovi casi di persone contagiate dal nuovo coronavirus, la Cina ne rilevava appena 99. A Pechino, a più di 8mila chilometri da Milano, Xi Jinping non ha alcuna intenzione di mollare la presa. Anche se i numeri continuano a scendere progressivamente è categoricamente vietato abbassare la guardia.

Il rischio che possano crearsi nuovi focolai per aver cantato vittoria in anticipo è alto, quindi meglio coprirsi le spalle fino alla certezza assoluta che il “demone” è stato veramente sconfitto. Eppure i segnali sono incoraggianti: il bollettino di due giorni fa parlava di 126 casi, tutti nel capoluogo dell’Hubei, Wuhan, ovvero epicentro del contagio. Numeri irrisori nelle altre province.

La battaglia è finita? Neanche per idea. In ogni caso, fa notare l’agenzia Asianews, per la prima volta dopo un mese in Cina si sono avuti meno di 100 contagi, fra cui 74 solo nella citata Wuhan. Al momento in Cina sono stati registrati complessivamente 80813 casi, 3073 morti e 55477 guarigioni. Non mancano tuttavia aspetti negativi. Ad esempio soltanto il 30% delle persone sarebbe rientrato regolarmente a lavoro. Come se non bastasse, in alcune zone del Paese la crisi economica ha spinto le persone a protestare per quanto accaduto.

Proteste per gli affitti

Ma andiamo con ordine. Ieri la Commissione sanitaria nazionale ha comunicato i famosi 99 nuovi casi a Wuhan. Gli altri, sparsi per il Paese, sono per lo più “casi di ritorno”, cioè cinesi tornati in patria dall’estero, dove avrebbero contratto l’infezione. Da qui a dire che il Covid-19 è stato debellato, la distanza è ancora lunga.

Ciò nonostante le autorità cinesi ritengono che la continua riduzione di contagiati possa essere un primo e importante passo verso il contenimento dell’epidemia e un ritorno alla normalità. Una normalità, ricordiamolo, che in Cina manca da oltre due mesi, tra quarantene obbligate, disposizioni restrittive e leggi draconiane valide in tutto il territorio.

Da un punto di vista economico, non tutte le fabbriche hanno riacceso i motori e non in tutte le province. Molte città, sostiene Asianews, sono ancora simili a città-fantasma con mezzi pubblici vuoti e poca gente in giro. La mancanza di lavoro – e quindi di introiti – ha spinto un centinaio di persone a manifestare contro gli affitti dei negozi. È accaduto un paio di giorni fa a Guangzhou, nel Guandong, nel centro commerciale “Nuova Cina”. Qui la richiesta della folla alle autorità era una: gli affitti sono troppo cari, quindi sarebbe meglio posticipare il loro pagamento mensile.

Prossimo step: sbloccare l’economia

La Cina ha ragionato per gradi. Anziché restare a metà del guado, il presidente Xi ha messo al primo posto l’emergenza sanitaria, anche perché eventuali disordini avrebbero minato seriamente il sistema politico cinese. In un primo momento Pechino ha cercato di isolare il focolaio del coronavirus, ovvero la provincia dell’Hubei, facendo in modo che i contagi nel resto del Paese fossero ridotti al minimo.

Solo in un secondo momento e, come abbiamo spiegato, in modo graduale, le autorità hanno pensato all’economia e a sbloccare le attività. I danni da recuperare sono piuttosto corposi anche se il Dragone è fiducioso di ripartire più forte di prima. Intanto nel bimestre gennaio-febbraio la Cina ha registrato un deficit commerciale pari a 7,09 miliardi di dollari a fronte di un surplus atteso di 24,6 miliardi.

Rispetto a un anno fa, l’export è sceso del 17,2% (la stima era del 14%) mentre l’import è calato del 4% (la previsione iniziale degli analisti di Bloomberg era -16,1%). Nel giro di un mese, o forse già di poche settimane, Pechino spera di togliere il freno a mano per ricominciare a correre.

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