La Cina deve fare i conti con un debito pubblico enorme, un mostro sempre più grande che al momento viaggia intorno al 300% del Pil e che si attesta intorno ai 29 trilioni di dollari. Il problema più grande non è tanto l’ammontare della cifra, perché tanto questa somma è controllata direttamente da Pechino e da nessun altro Paese straniero. Il problema, semmai, è che il meccanismo alla base dell’indebitamento rischia di far collassare l’intero sistema cinese, e per un motivo molto semplice: i governi locali sperperano numerose risorse, ma è anche vero che l’economia cinese, per evitare rallentamenti, necessità di stimoli continui, tradotti nella costruzione di infrastrutture e opere di vario genere. Alla lunga, il governo centrale ha dovuto mettere un freno ai prestiti proprio per evitare l’esplosione di bolle e inefficienze.

Debiti, investimenti e governi locali

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, le città e le province cinesi sono a lavoro per vendere il debito accumulato e finanziare così una serie di lavori pubblici, tra cui strade, ferrovie, porti e servizi pubblici. Al tempo stesso, questi soggetti devono anche sostenere la crescita, e quindi spendere soldi propri perché, come detto, lo Stato centrale ha chiuso i rubinetti. Quest’anno le indebitate amministrazioni locali hanno maturato il debito record di 2,1 trilioni di yuan mentre l’anno prossimo scadrà il termine per altri 1,7 trilioni di yuan. Ecco perché dal 2015 Pechino ha permesso loro di vendere obbligazioni a destinazione specifica per finanziare opere pubbliche. L’obiettivo è quello di sostituire gradualmente questo debito fuori bilancio ma gli esperti hanno già lanciato l’allarme: la scala di obbligazioni non è sufficiente a coprire le esigenze di finanziamento dei progetti previsti. Chiaramente questi progetti sono ben visti dalla popolazione locale e foraggiati dai funzionari di zona, che in un colpo solo creano lavoro e partecipano alla crescita del Pil.

Un meccanismo a rischio

In poche parole la Cina ha riaperto – sotto altre forme – i suoi rubinetti, miracolosi quanto pericolosi. Già, perché la pioggia di denaro ha già attirato diversi investitori ma allo stesso tempo, come spiegato, non porta benefici alle attuali amministrazioni locali. La coperta, da qualunque parte si tiri, è troppo corta. Solitamente la Cina libera ingenti quantità di denaro quando la situazione economica è traballante, ma l’attuale situazione è da monitorare con la massima attenzione. Proprio come nel più classico degli effetti domino, la guerra dei dazi ha provocato una restrizione dei consumi interni, i quali hanno frenato la crescita economica.

Dal momento che Pechino basa la propria efficienza sui risultati ottenuti, e quindi sui dati, al fine di mantenere stabile la crescita il Partito comunista cinese ha dato l’ordine di investire. Gli investimenti locali portano incrementi del Pil ma aggiungono anche altro debito al già cospicuo debito precedente. Poco importa se i governi locali hanno iniziato a vendere parte dei loro debiti, perché devono comunque metter mano al portafogli. Xi Jinping, oltre a Hong Kong e Taiwan, ha un altro nodo da sciogliere, e deve farlo al più presto: riformare l’economia, o almeno parte di essa, in modo tale da neutralizzare possibili crac interni.

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