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Il possesso di debito americano da parte della Cina è sceso del 9% in un anno, il controllo di Pechino è calato per la prima volta dal 2010 ad oggi sotto la quota di un trilione di dollari e il trend è di netta decrescita. Quando si parla di decoupling tra Occidente e Cina si parla molto del versante legato alla scelta di Usa e Europa di separare le catene del valore industriali nei settori critici, meno delle possibili risposte della Repubblica Popolare. La cui manovra sul debito Usa è la risposta simmetrica: l’ultimo rapporto dedicato al debito del Dipartimento del Tesoro ha mostrato che la quota di titoli a stelle e strisce controllate della Cina è scesa a 981 miliardi di dollari a maggio da 1 trilione di dollari di aprile. Anche il detentore estero numero uno del debito statunitense, il Giappone, ha ridotto le sue partecipazioni, ma in forma minore: esse sono scese del 4% da maggio 2021 a maggio 2022 assestandosi a 1,21 trilioni di dollari.

Per molti osservatori con ogni probabilità ufficiosamente la Cina detiene oltre 1 trilione di dollari di titoli del Tesoro, dato che alla quota ufficiale va sommata quella che è posseduta attraverso l’operato di intermediari. Parte del debito detenuto dal Belgio, ottavo detentore di titoli Usa con 268 miliardi di dollari, sarebbe imputabile a Pechino. Ma quel che conta è il dato politico e simbolico. In primo luogo, nell’era di Joe Biden accelera un trend di separazione tra i due giganti separati dall’Oceano Pacifico che neanche il braccio di ferro commerciale dell’era Trump aveva reso così impetuoso: questo mostra quanto la dinamica competitiva sia oramai sdoganata.

In secondo luogo, la Cina sta rinunciando gradualmente al suo ruolo di “garante” del rapporto commerciale virtuoso con gli Usa e alla manovra avviata nel 2009, con plauso di Barack Obamaper fungere da motore e stimolo dell’economia globale. In sostanza, durante la Grande Recessione la Cina contribuì a accelerare sulla spesa pubblica e lo stimolo alla domanda interna, comprando al contempo debito dei principali Paesi occidentali per sostenerne le economie e salvare sé stessa dagli effetti della crisi, essendo le economie avanzate i principali acquirenti dei suoi prodotti. Oggi non è più cosi.

E questo ci conduce al terzo punto: le esigenze interne che stimolano la Cina a concentrarsi sulla difesa dell’economia nazionale e dello yuan preferendo un ritiro alla rendita sicura garantita dai T-Bond americani anno dopo anno. A causa delle incertezze e dei nuovi lockdown l’economia cinese ha subito a inizio 2022 un notevole rallentamento. in Cina “abbiamo visto interi settori dell’economia che si sono effettivamente fermati”, ha affermato dialogando con Market Watch Gennadiy Goldberg di TD Securities. Ora, ha detto Goldberg, “la Cina sta venendo gradualmente i titoli del Tesoro statunitensi per difendere la propria valuta, lo yuan, che ha perso valore” man mano che il dollaro è diventato più forte anche a causa del caos globale aperto dalla guerra in Ucraina e dalle sue conseguenze. “Quello che la Cina vuole fare in realtà è gestire parte del ritmo di quel deprezzamento. Uno dei modi in cui lo fanno è vendere dollari e acquistare yuan” per difendere il cambio anticipando, al contempo, le manovre restrittive della Federal Reserve che renderanno sempre meno conveniente sia detenere titoli del Tesoro Usa sia dilazionare ogni mossa possibile per la difesa del cambio dello yuan.

Su questo fronte, la Federal Reserve si prepara a operare in forma incisiva contro l’inflazione e il possibile impatto che essa avrà sull’economia a stelle e strisce, programmando per fine 2022 e il 2023 un sentiero stretto di rincari sui tassi e contenimento monetario. Ma oggi più che mai il problema può essere, per Washington, una crisi di sfiducia per tutit coloro che, nel mondo, investono nel debito americano ritenendolo una garanzia paragonabile al possesso dell’oro: gli Usa, strutturalmente, non possono fallire in quanto garanti della globalizzazione e dei suoi meccanismi e non potranno fallire nemmeno dopo questa fase di crisi globale. Ma il fatto che la Cina guidi il decoupling segnala che anche il partner e rivale numero uno dell’economia americana inizia a dubitare della capacità degli Usa di garantire le regole del gioco, dalla libertà dei commerci alla stabilità dei cambi, e vuole dirottare verso altri lidi le sue risorse. La crisi di fiducia indotta dal decoupling industriale porta anche a questo: il finanziamento cinese del debito americano è stato un vero e proprio architrave della convivenza tra i due giganti in questi anni. Qualora dovesse venire meno, l’effetto domino potrebbe amplificare il clima di guerra economica generalizzata che pervade il sistema globale. Con grandi conseguenze per tutti gli attori in campo.

 

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