La Cina è in testa nella partita della “geopolitica delle mascherine“. Pechino, che ha già riassorbito le più dure conseguenze della pandemia di coronavirus, si posiziona in testa alla partita economica e politica per controllare un mercato destinato ad avere sempre più rilevanza strategica: quello dei presidi sanitari.

Pechino si sta ripromettendo di fornire ai suoi cittadini e commercializzare apertamente nel mondo mascherine, dispositivi di protezione, liquidi disinfettanti e tutta un’ampia gamma di presidi sanitari strategici nel contrasto al virus. Per far questo le linee industriali riconvertite continuano a lavorare a pieno ritmo. Nella giornata dell’11 maggio la società Sinopec Yizheng Chemical Fiber Co. Ltd., una controllata di Sinopec, la maggiore raffineria petrolifera cinese, ha attivato tutte le sue dodici linee produttive di tessuto per soddisfare la crescente domanda dei produttori di mascherine e, come spiega l’Ansa, “sarà in grado di produrre 37 tonnellate al giorno di questo materiale, superando le 13.500 tonnellate all’anno e garantendo le forniture necessarie per la produzione di 13,5 miliardi di mascherine sanitarie”. Un numero impressionante, considerando che stiamo parlando di uno solo dei grandi conglomerati attivi nella campagna produttiva.

Il Financial Times ha parlato diffusamente della “corsa alle armi” cinese per colmare il vuoto della domanda mondiale di presidi sanitari. “Già prima della crisi”, scrive il quotidiano della City, “i produttori cinesi di equipaggiamenti medici erano in rapida crescita. L’export di dispositivi medici dal Paese erano cresciuti l’anno scorso fino a 28,7 miliardi di dollari, il doppio di dieci anni fa. Ma per incrociare l’aumento della domanda di quest’anno, hanno iniziato ad accrescere ulteriormente la produzione, riempiendo il vuoto creato da industrie occidentali come Medtronic e Gecostrette ad affrontare i vincoli alla produzione”.

Uno dei nuovi colossi del mercato citato dal Ft è Zoncare, che dalla produzione di dispositivi di protezione individuale è arrivata ad espandersi al mercato degli elettrocardiogrammi, sviluppati e prodotti in serie proprio nella metropoli di Wuhan epicentro del primo focolaio ma, al tempo stesso, cuore dell’industria innovativa cinese in molti settori sempre più strategici.

Il controllo delle quote di mercato e di export consente alla Cina di avere le leve negoziali dalla sua: così facendo Pechino può alimentare facilmente non solo la sua proiezione geoeconomica in un settore sempre più importante per i Paesi in lotta contro l’epidemia ma anche destinati a promuovere una ripartenza ordinata dei propri settori-chiave ma anche la sua espansione nel soft power, dato che i volumi in campo consentono alla Cina di essere il primo fornitore di donazioni pro bono. L’Italia e la Spagna ne sono state beneficiarie, ma Pechino si è spinta perfino ad aiutare l’arcinemico statunitense. Questo aumenta il prestigio della Cina e il suo ruolo di indubbio vincitore tattico della prima fase dell’emergenza, rafforzato proprio dal dono di equipaggiamento medico ai Paesi vessati dal coronavirus. In una seconda fase, per Pechino si aprirà lo spazio per consolidare la sua rendita di posizione nel mercato, nel caso in cui gli altri Paesi avanzati non procedano a un reshoring della produzione degli aiuti sanitari. La “via della seta della salute” per ora è a senso unico, e tutte le strade portano a Pechino: la dimensione degli apparati produttivi della Cina rende difficile pensare che la sua posizione di primato possa essere presto scalzata.

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