Sconfiggere a tutti i costi il Covid-19, o meglio Omicron, e rendere l’economia nazionale quanto più autosufficiente possibile, tanto dal punto di vista energetico quanto da quello economico-commerciale. La Cina continua ormai da due anni ad adottare la strategia sanitaria zero Covid. Una strategia tanto utile nella prima fase della pandemia, quanto sostanzialmente inefficace adesso che hanno preso piede varianti contagiosissime ma poco letali. C’è addirittura chi si interroga sulle reali motivazioni che stanno portando Pechino a insistere su questa strada. Che siano davvero e soltanto ragioni sanitarie a spingere la Repubblica Popolare a picconare con una simile violenza la propria economia, oppure il Dragone intende attuare una sorta di “auto decoupling” econonico dall’Occidente, nel tentativo di smarcarsi dagli Stati Uniti e realizzare un ordine globale alternativo con la Russia? Tra indiscrezioni e indizi più o meno plausibili, il dibattito infura.

Anche perché a Pechino non sembra interessare più di tanto il fatto che, grazie all’effetto combinato di vaccini e adattamento dell’organismo umano all’agente patogeno, le ultime mutazioni di Sars-CoV-2 sembrano meno pericolose rispetto alla forma iniziale del virus. Il presidente cinese Xi Jinping ha ribadito che l’obiettivo del governo cinese consiste nell’annientare il virus. S’intende, nella maniera più radicale possibile. Per far sì che i bollettini epidemiologici quotidiani registrino il numero zero alla voce nuovi casi, casi attivi e vittime, le autorità hanno attuato misure draconiane, tra cui il lockdown di megalopoli abitate da decine e decine di milioni di persone, con conseguenti blocchi economici e all’intera catena di approvvigionamento del Paese, e quindi globale.

Il copione è sempre lo stesso: persone chiuse in casa fino a nuovo ordine, attività delle aziende sospese tranne sporadiche eccezioni e test di massa per scovare anche i contagiati più asintomatici di ogni singolo quartiere. Anzi: se possibile la situazione è ulteriormente peggiorata dai tempi di Wuhan, visto che adesso, come detto, questo virus è diventato ancora più contagioso, e dunque è pressoché impossibile interromperne la propagazione. Eppure Xi Jinping non intende cambiare strategia, visto che la Cina insiste nel voler ottenere, perennemente e in maniera definitiva, zero casi di Covid in agenda. A quanto pare, anche a costo di sferrare colpi mortali al suo sistema economico.



Gli effetti economici della strategia zero Covid

Partiamo dalla prima ipotesi: la Cina sta attuando la politica zero Covid perché intende azzerare i casi di Sars-CoV-2 sul proprio territorio. Benissimo. Ci si potrebbe subito chiedere il senso di una simile mossa, visto che Omicron e i suoi cugini non hanno dato l’impressione di non essere letali e pericolosi come il ceppo del virus risalente al 2019. “Il costo della politica cinese zero Covid sta salendo e il sostegno politico non sarà sufficiente per attutire il colpo”, ha spiegato Allianz in un approfondito report dello scorso aprile dedicato al tema. Le stime degli effetti del Covid nel primo trimestre e in aprile parlano di -0,4 punti percentuali di crescita del pil cinese nel 2022.

La People’s Bank of China, ovvero la Banca Centrale Cinese, dovrebbe attuare un ulteriore taglio del tasso di riferimento nel secondo trimestre del 2022. Nel frattempo sono previsti per quest’anno ulteriori investimenti pubblici pari a circa il 3% del pil, ma pare che il sostegno di tali politiche non sarà sufficiente per attutire il colpo provocato dal crollo della domanda interna. Il suddetto report parla poi di una riduzione della previsione di crescita del pil della Cina nel 2022 dal +4,9% previsto un mese fa al +4,6% attuale. In uno scenario al ribasso in cui il lockdown di Shanghai, principale centro economico del Paese, dovesse durare due mesi e qualora altre città dovessero essere paralizzate dal Covid, allora la crescita del pil cinese rallenterebbe a +3,8%. Il worst case scenario, invece, fotografa una crescita del pil pari al +1,3%.

Questo vale per la Cina. Che dire del resto del mondo? È altamente probabile una contrazione del volume del commercio globale nel secondo trimestre del 2022. Il rallentamento della domanda cinese implica un calo delle esportazioni pari a 140 miliardi di dollari per il resto del mondo. Dal lato dell’offerta, un arresto improvviso dell’attività industriale cinese porrebbe dei rischi alla produzione mondiale, in particolare nei settori dell’elettronica e dell’automotive. Inoltre, la congestione nei porti cinesi lascia pensare che i ritardi delle spedizioni globali resteranno elevati per tutto il 2022. Come se non bastasse, le continue interruzioni della catena di approvvigionamento creeranno un’ulteriore pressione inflazionistica a livello globale.

L’ombra del decoupling?

La seconda ipotesi è che la Cina stia sfruttando l’onda lunga del Covid per rivedere i rapporti economici con il resto del mondo, Occidente in primis. Appurato che la strategia zero Covid è poco comprensibile, e che un simile congelamento economico cinese avrà ripercussioni anche sul resto del mondo, la pista del decoupling volontario sta prendendo piede nelle ultime settimane tra mille dubbi e supposizioni. Ovviamente non ci sono prove sufficienti capaci di confermare o smentire né la prima né la seconda ipotesi. Ci sono però degli indizi interessanti da considerare.

La Camera di commercio americana (AmCham) in Cina, ad esempio, ha diffuso un white paper nel quale ha delineato preoccupazioni e una serie di proposte politiche per le aziende statunitensi che operano oltre la Muraglia. “Rimaniamo contrari a qualsiasi tentativo di disaccoppiamento totale delle relazioni Usa-Cina”, ha affermato AmCham, spiegando che i costi di un eventuale decoupling sino-americano sarebbero significativi e non genererebbero un chiaro vincitore. Sotto pressione per domare l’elevata inflazione, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dichiarato la scorsa settimana che potrebbe perfino ridurre alcuni dei dazi imposti sulle importazioni cinesi dall’amministrazione Trump.

Ci troviamo di fronte a un capovolgimento totale della realtà: in passato erano gli Stati Uniti, per bocca di Donald Trump, a volersi in tutti i modi smarcarsi dalla Cina. È vero che anche all’epoca numerose aziende e associazioni facevano notare al leader repubblicano il peso di quella eventuale decisione, ma adesso sembrano essere gli stessi americani a voler scongiurare un possibile decoupling, messo in moto e accelerato dalla Cina, non si sa quanto volontariamente, grazie alle rigide misure anti Covid.

Tutta questa ricostruzione potrebbe tuttavia essere smentita dal fatto che Pechino intende incrementare gli investimenti esteri, seppur di qualità e non più volti ad alimentare la produzione di paccottaglia a basso costo come nel passato (doppia circolazione). Ricordiamo, inoltre, che tra il Dragone e Bruxelles c’è ancora in ballo il Comprehensive Agreement on Investment (CAI), ovvero l’accordo globale sugli investimenti reciproci, al momento ancora in stand by.

Quale che sia la verità, la Cina continua a rimpinguare le proprie scorte energetiche strategiche: Bloomberg ha fatto sapere che Pechino è in trattative per acquistare petrolio russo a prezzi scontati. La sensazione è che Xi Jinping stia portando avanti la politica sanitaria intrapresa nel 2019, semplicemente rifiutando di cambiare strategia in corsa. Ma nel proseguire lungo questa strada, sempre più in salita e irta di ostacoli, Pechino sta muovendo involotariamente leve economiche che forse non avrebbe voluto e non vorrebbe attivare.


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