Le armi per vincere la resistenza ucraina sul campo di battaglia. La diplomazia, portata avanti in parallelo e con dovizia di causa, per assicurarsi un prezioso ombrello contro le sanzioni occidentali. L’operazione militare di Vladimir Putin in Ucraina è formata da due direttive che procedono nella stessa direzione e di pari passo. Il tentativo della Russia sembra piuttosto evidente: crearsi un nuovo spazio geopolitico all’interno del quale operare economicamente con attori capaci di sostituire, del tutto o parzialmente, gli ormai ex partner europei e statunitensi.

Impossibile non guardare alla Cina, il cui ruolo, ai fini del futuro russo, è di vitale importanza. Certo, Pechino condanna la guerra e auspica per la risoluzione pacifica di ogni conflitto, ma questa occasione è troppo ghiotta per far completamente girare Xi Jinping dall’altra parte. D’altronde il principale rivale sino-russo coincide con gli Stati Uniti, tirati in mezzo o comunque concentrati loro malgrado sull’assedio di Kiev. Sfiancare Washington, soprattutto dal punto di vista psicologico, è troppo allettante per chi vorrebbe proporre un modello alternativo a quello statunitense.

È per questo forse che, nel corso degli ultimi Giochi Invernali di Beijing 2022, e prima del 24 febbraio, Xi e Putin hanno stretto un paio di accordi dei quali si capisce soltanto adesso il senso strategico. Prevedendo una possibile tempesta economica, fatta di sanzioni e divieti, Mosca ha preferito esser sicura di riversare il suo gas e il suo petrolio a una nazione formata da 1,4 miliardi di persone. Un bella clientela che, almeno nel breve periodo, potrebbe arginare gli effetti sanzionatori sui russi.

Giochi di petrolio?

Attenzione tuttavia all’Arabia Saudita. Nelle ultime ore, anche se pochi si sono centrati su questo dettaglio, è andata in scena una telefonata tra Putin e Mohammed bin Salman Al Saud, principe ereditario saudita. Stando a quanto riferito dal Cremlino, i due leader avrebbero sottolineato, e per giunta con soddisfazione, che i Paesi membri dell’Opec+ stanno adempiendo agli obblighi assunti.


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CAUSALE: Reportage Ucraina
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Obblighi assunti e Opec+: ovvero petrolio e Organizzazione dei Paesi esportatori/produttori di petrolio. L’Opec+ coinvolge i 14 membri dell’Opec (Arabia Saudita, Algeria, Angola, Ecuador, Emirati Arabi Uniti, Gabon, Guinea Equatoriale, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Venezuela) e i produttori Non-OPEC, ovvero Azerbaijan, Bahrein, Brunei, Kazakhstan, Malaysia, Messico, Oman, Russia, Sudan, Sud Sudan. Calcolatrice alla mano, questo club produce circa il 71% del petrolio mondiale. Il suo obiettivo, tra l’altro, consiste nello stabilizzare i prezzi del petrolio controllando le quote di produzione.

Tornando al colloqui Putin-bin Salman, è emerso che i membri di Opec+ “contribuiscono a garantire la stabilità sul mercato petrolifero mondiale” e che Russia e Arabia Saudita continueranno a coordinare i loro approcci all’interno di questo formato.

Il ruolo dell’Arabia Saudita

Nella telefonata è emerso anche il tema delle sanzioni imposte dai vari Paesi occidentali alla Russia. I due leader hanno parlato dell’”inaccettabilità” di “politicizzare” la questione dell’approvvigionamento energetico globale.  “Le parti hanno espresso il loro reciproco interesse per l’ulteriore sviluppo globale della partnership reciprocamente vantaggiosa tra Russia e Arabia Saudita e hanno concordato di continuare i contatti a vari livelli”, si legge ancora nella nota del Cremlino.

Insomma, unendo tutti i punti non è da escludere che la Russia possa non solo aver cercato ulteriori certezze dall’Arabia Saudita, ma che stia cercando anche di trovare un modo di scatenare una tempesta petrolifera contro i Paesi occidentali, o qualcosa di simile. In che modo? Portando Ryadh nel club formato da Russia e Cina. Non vi sono certezze, ma non mancano ipotesi abbastanza forti.

Reuters ha riportato due notizie che vale la pena approfondire. La prima: bin Salman starebbe spingendo per ottenere il riconoscimento da parte del presidente americano Joe Biden di essere il vero sovrano del regno, nonché una mano più forte nella costosa guerra dello Yemen. Questa sarebbe quindi una delle ragioni per cui il principe ereditario starebbe resistendo alle pressioni statunitensi per pompare più greggio così da abbassare il prezzo del petrolio, aumentato da quando è partita l’operazione militare russa in Ucraina. In più, Ryadh vorrebbe mantenere viva la relazione petrolifera con Mosca.

Arriviamo al secondo punto: l’agenzia di stampa saudita SPA, citando lo stesso bin Salman, ha scritto che l’Arabia Saudita ha la possibilità di ridurre i propri investimenti negli Stati Uniti. Per la cronaca, gli investimenti sauditi a Washington e dintorni ammonterebbero a circa 800 miliardi di dollari. Allo stesso modo, bin Salman potrebbe avvicinarsi ulteriormente alla Cina così da completare il cerchio attorno alla Russia.

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