La Tunisia rischia il crollo a causa della crisi alimentare e dell’instabilità politica. La fusione di questi elementi potrebbe portare a una nuova “Rivoluzione dei Gelsomini”?

La crisi politica e alimentare

L’equilibrio politico tunisino è sempre stato in bilico, ma si è definitivamente schiantato il 25 luglio scorso dopo che alcuni manifestanti si sono radunati davanti al palazzo dell’Assemblea Nazionale chiedendo al Presidente tunisino Kais Saied di licenziare il primo ministro Hichem Mechichi e l’intero governo da lui nominato. Il presidente ha risposto congelando il parlamento e impossessandosi di ampi poteri. In seguito si è dato il potere di governare e legiferare per decreto e ha preso il controllo del sistema giudiziario. Alla luce di ciò la popolazione tunisina era e rimane fortemente fratturata: c’è chi sostiene le mosse del presidente, con la convinzione che questo stia facendo l’interesse della nazione per combattere la corruzione, e chi invece grida al colpo di stato. Da quel momento il Paese è caduto in un vortice di caos. 

Il colpo di grazia per il morale popolare è arrivato con la guerra in Ucraina e concerne il grano e quindi il sostentamento della popolazione. Gli stock di grano del 2021 sono fermi nei porti di Mariupol’ e di Odessa, bloccati dai russi che non li fanno uscire e a rischio è la semina del nuovo raccolto che dovrebbe iniziare in primavera inoltrata. Con il blocco navale il prezzo del grano è schizzato alle stelle mettendo molti paesi in difficoltà nel comprarlo. L’Ucraina da sola, con il suo grano, sfama 400 milioni di persone soprattutto nel Nord Africa che vede il Marocco esserne dipendente del 12%, l’Egitto del 42%, la Libia del 64% e la Tunisia del 37%. Inutile dire che per la Tunisia questo  rappresenta una catastrofe e un elemento aggiuntivo di destabilizzazione poiché la crisi alimentare arriva in un periodo di instabilità economica: l’elevata inflazione ha portato i prezzi del cibo ad aumentare vorticosamente. 

Dissenso popolare

Intanto le proteste continuano, l’ultima si è svolta a fine marzo dopo che più della metà dei membri del parlamento ha tenuto una sessione online per revocare i decreti del presidente. La polizia antiterrorismo ha convocato il principale esponente dell’opposizione Rached Ghannouchi – che è lo speaker del parlamento e il capo di Ennahda – insieme ad altri legislatori per un interrogatorio dopo la sessione online, indice quindi di una reale intenzione ad accentrare su di sé tutto il potere. 

Dopo questo affronto centinaia di tunisini hanno protestato contro il presidente Kais Saied e la risposta repressiva alla sessione online. Le manifestazioni sono state organizzate da Ennahda, che ricordiamo è il partito di opposizione e di stampo islamista, e da un movimento chiamato Cittadini contro il colpo di stato. Nella capitale si sentivano canti che recitavano: “il popolo vuole destituire il presidente”, “abbasso il colpo di stato” 

Il ritorno della Rivoluzione?

C’è da chiedersi se questo connubio di elementi possa destabilizzare ancora di più il Paese e portarlo ad una nuova rivoluzione. Infatti furono proprio queste le cause dello scoppio della rivoluzione. Come ricordiamo il popolo contestava l’inflazione che aveva colpito il Paese, soprattutto per l’aumento del prezzo dei generi alimentari, analogia che troviamo oggi. E come sappiamo, il popolo si solleva quando arriva la “fame”. La Tunisia potrebbe essere sull’orlo del precipizio? Questa crisi potrebbe allargarsi ai paesi limitrofi, già poco stabili, e provocare una seconda primavera araba? La crisi alimentare nel Nord Africa non ha solo coinvolto la Tunisia, come già analizzato in precedenza, anche l’Egitto ne è stato notevolmente colpito. L’Algeria invece soffre da anni una realtà politica completamente distante dal consenso popolare. Questi due paesi quindi potrebbero in qualche modo veder scoccare la scintilla tunisina e così simularla, come nel 2011.

Non tutti gli esperti sono di questo avviso, come il Professor Francesco Tamburini dell’Università di Pisa. Secondo lui: “senza una stabilità economica la Tunisia sarà condannata a un abisso di insicurezza e di disordini politici […] nessun potere esecutivo forte potrà migliorare l’economia tunisina” ma continuando ha affermato: “non sono però molto propenso a credere in scenari catastrofisti, sebbene la situazione sia estremamente grave da ogni punto di vista”.

Chiedendo un’opinione a Giuseppe Dentice, responsabile del Desk Medio Oriente e Nord Africa del Ce.SI – Centro Studi Internazionali, riusciamo a capire quanto la situazione sia fragile ma quanto le istituzioni siano cambiate e sembrino più pronte a gestire il problema. “Ci sono tutti gli ingredienti perfetti perché ci possa essere una riproposizione di quello che è stato il 2011” dice il Dott. Dentice e continua “e questo vale per la Tunisia come per l’Egitto e gli altri paesi. Però all’epoca le stesse autorità centrali sono state prese alla sprovvista, non si aspettavano quel grado di protesta e di continuità della contestazione e pensarono che il modo migliore per placare gli animi fosse quello di comprare la pace sociale facendo qualche tipo di concessione. Oggi anche sulla base di quell’esperienza la gestione sta cambiando. Il presidente Saied sta usando forti misure aggressive nel tentativo di impedire speculazioni e di contenere i prezzi già saliti alle stelle per il pane. Il paese sta trattando con il Fondo Monetario Internazionale un robusto quantitativo di aiuto per cercare di rimettere in sesto l’economia. Nella sua debolezza il governo riesce a mantenere la sua forza e la sua presa nei confronti della protesta”. 

Analogie coi paesi vicini

Per quanto riguarda alcuni paesi della regione ci si trova di fronte a molte analogie. Sia l’Egitto che l’Algeria stanno affrontando crisi simili: crisi alimentare e politica. Ma entrambi i paesi sia in una direzione che in un’altra stanno attuando misure per contenere le crisi. “In Egitto l’atteggiamento del governo è più gradualista, più attento a ottemperare le necessità del popolazione e ha adottato delle misure meno stringenti e soprattuto cercando di non tagliare i prezzi sui beni alimentari sussidiari, misura di welfare usata ovunque nel medio oriente allargato, questo è motivo per tenere a bada la popolazione”, afferma Dentice e continua “l’Algeria che ha delle istituzioni completamente delegittimate dalle proteste popolare sta comunque continuano ad attuare misure repressive”. In Algeria infatti pochi giorni fa è stata rinnovata la sentenza di 10 anni di reclusione al giornalista Khaled Drareni, una delle voci delle proteste algerine del 2019 che da tre anni sta lottando contro la giustizia algerina. Gli elementi ci sono tutti, sia in Tunisia che in questi paesi. Sono cambiate però le politiche dei governi, impauriti da un ritorno rivoluzionario. 

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