Ci sono Paesi in Africa che hanno potuto conoscere una prima fase di sviluppo e di ricostruzione, dopo anni di estrema povertà e guerre, grazie al petrolio. L’oro nero ha garantito per alcuni governi entrate molto alte, che hanno permesso di avviare autentici boom economici in settori quali l’edilizia oppure, in alcuni casi, hanno consentito investimenti nelle infrastrutture e nel turismo. Oggi questi Paesi potrebbe cadere in un autentico precipizio: è l’altra faccia dell’emergenza coronavirus. I vari lockdown operati nelle nazioni più industrializzate, ha fatto crollare la domanda di petrolio ed il prezzo del greggio è sceso ai minimi storici. Ed ora una buona fetta del continente nero trema.

I Paesi più a rischio

Dal nord Africa al Sahel, dalla linea equatoriale fino alla parte australe del continente nero, sono diversi i governi che adesso devono fare i conti con il calo delle esportazioni di greggio e con l’abbattimento dei prezzi dei barili. Lungo la sponda Mediterranea dell’Africa, è la Libia il Paese che potrebbe essere maggiormente interessato dai drastici cambiamenti economici imposti dalla pandemia. Tuttavia, dalla Tripolitania, dal Fezzan e dalla Cirenaica non esce un barile già dal 17 gennaio scorso, da quando cioè il generale Haftar ha imposto il blocco delle esportazioni. Problemi gravi per quanto concerne l’Algeria, che da anni sta cercando di virare più verso il mercato del gas ma il commercio del greggio è sempre rimasto, specialmente nell’attuale fase politica contrassegnata dalle proteste popolari che vanno avanti da più di un anno, un elemento indispensabile per l’economia.

Ci sono poi quei piccoli Stati che, grazie al greggio, sono potuti diventare dei Paesi relativamente più ricchi rispetto al contesto regionale soprattutto negli ultimi anni. Gabon e Guinea Equatoriale ad esempio, hanno speso recentemente cifre da capogiro per ammodernare le città, costruire stadi in grado di ospitare la Coppa d’Africa, trasformare diversi centri in “piccole Dubai” del golfo di Guinea. Si tratta però di Paesi che dipendono esclusivamente dal petrolio. Ed oggi l’effimero benessere arrivato ed ostentato, come nel caso della Guinea Equatoriale che ha speso ad esempio miliardi di Dollari per costruire una nuova capitale, potrebbe svanire in un lampo. Lasciando sul campo debiti e progetti faraonici mai portati a termine. Ma soprattutto, il vero spauracchio è che l’improvvisa contrazione dell’economia porti a nuove tensioni etniche e sociali.

In Angola il petrolio ha finanziato il boom edilizio che ha permesso la ricostruzione del Paese dopo la cruenta guerra civile degli anni precedenti. Il greggio ha finanziato ogni cosa ed ha permesso al governo di Luanda di entrare nell’orbita cinese, con Pechino che a sua volta da queste parti ha riversato miliardi di investimenti. Il crollo del prezzo dei barili potrebbe adesso far tornare indietro le lancette dell’orologio in questa che è, da sempre, apparsa come una delle nazioni più delicate da un punto di vista sociale ed etnico.

Il caso simbolo della Nigeria

C’è poi un caso limite, che ben potrebbe rappresentare quella che è l’attuale situazione all’interno del continente africano. La Nigeria, dopo la Libia secondo esportatore di greggio dell’Africa dopo la Libia, potrebbe essere una delle nazioni più colpite dal crollo del prezzo del petrolio. Almeno il 90% delle sue esportazioni è legato a doppio filo alla filiera del mercato del greggio, circostanza questa non da poco considerando che la Nigeria è assieme al Sudafrica la prima economia del continente. Il rischio concreto è quindi dato da una recessione di uno dei Paesi che incide molto sul Pil complessivo africano. Ma il governo di Abuja potrebbe anche incappare in un vero e proprio tracollo di natura sociale: niente introiti, vorrebbe significare niente stipendi e niente finanziamenti per altre attività, a meno di non intaccare le riserve. Per una Nigeria in perenne affanno economico e che al suo interno deve affrontare tensioni sociali, etniche e religiose il tutto andrebbe a costituire un autentico colpo di grazia.

Il presidente Buhari, come si legge su AgenziaNova, ha aperto alla legalizzazione delle attività delle raffinerie artigianali: un tentativo estremo di ridare un po’ di vigore all’economia visto che, tra le altre cose, uno dei problemi della Nigeria è sempre stato quello di non avere raffinerie importanti nel proprio territorio, con il governo costretto a spendere molti soldi per comprare il petrolio lavorato all’estero. La situazione in Nigeria potrebbe degenerare e, con essa, anche l’economia e le aspettative di buona parte del continente. Con il coronavirus che, nel caso africano, farebbe più danni per i suoi effetti collaterali che per le sue conseguenze sanitarie.

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