Nuova frenata della produzione industriale tedesca:  secondo quanto segnala l’ufficio nazionale di statistica Destatis, a gennaio si è registrato un calo del 2,6% rispetto al +0,9% di dicembre 2018. Il dato è peggiore delle aspettative degli analisti che avevano previsto una crescita dello 0,5% e, rispetto allo stesso mese dell’ anno precedente, gli ordinativi sono calati addirittura del 3,9%. La mancanza di grandi commesse frena la ripresa della prima manifattura d’Europa, che ora più che mai vede il suo modello basato sulla deflazione interna e le esportazioni in crisi davanti agli scenari incerti dell’economia globale.

In Germania stanno venendo al pettine numerosi nodi connessi alle problematiche sociali crescenti, alle disuguaglianze e alla stagnazione di salari e consumi prodotte dalle riforme Hartz di inizio millennio; in secondo luogo perché, come detto, il 2019 si prospetta come un anno di generale rallentamento dell’economia europea. E a questo rallentamento le politiche di Berlino hanno contribuito in maniera non indifferente, inoculando nel mainstream europeo l’avversione alle politiche di espansione della domanda aggregata e il sostegno alle misure di austerità che hanno, negli ultimi anni, pregiudicato la ripresa europea a scapito di quella del resto del mondo.

Ora, anche il governatore della Bundesbank  Jens Weidmann è parso una “colomba” in seno alla Bce, votando a favore del programma Tltro deciso da Mario Draghi e convincendo i “falchi” dell’austerità, Olanda in primis, ad accettare una nuova manovra espansiva che prolunga uno dei decisivi corollari del quantitative easing. Politica espansiva che difficilmente potrà, come è stato per il suo predecessore, rappresentare la panacea ai mali dell’economia europea, ma che porta definitivamente la Germania a rompere un tabù.

Del resto, la Germania sta capendo sulla sua pelle che sulla china attuale non si potrà più procedere. In assenza di un rilancio della sua domanda interna, Berlino perderebbe continuamente quote di mercato su scala globale dopo i surplus record degli ultimi anni e, in caso di accordo sui dazi tra Stati Uniti e Cina, perderebbe  il privilegio della vicinanza all’ economia di Pechino e rimarrebbe comunque il principale nemico di Donald Trump in Europa. Angela Merkel lo sa e punta a completare il suo mandato rafforzando le prospettive del Paese: in questa direzione vanno diverse decisioni che, se da un lato ribaltano il paradigma tradizionale associato all’economia tedesca, da un lato dimostrano, una volta di più, come anche negli anni scorsi Berlino conoscesse nei dettagli quali fossero i reali strumenti anticrisi. Ma abbia continuato a ignorarli per ragioni d’opportunità politica.

I derivati di Deutsche Bank rischiano di portare al collasso il principale istituto tedesco e, con esso, il sistema finanziario europeo? Ecco che Berlino si dimentica del bail-in imposto agli istituti italiani e procede a pilotare la fusione con Commerzbank. Nord Lb, una delle principali casse regionali del Paese, rischia un’analoga sorte? Nuovamente, l’ordoliberismo è messo da parte e la Germania apre i cordoni della borsa. Il libero mercato transfrontaliero e l’asse con la Francia contro l’ingresso di Fincantieri nel Paese d’Oltralpe? Questioni soggettive quando Frau Merkel pensa all’industria nazionale e alla sua protezione tramite un apposito fondo sovrano.

Se a ciò si sommano la scelta di aumentare le pensioni e gli stipendi dei dipendenti pubblici, si capisce come la Germania abbia la necessità di invertire la rotta ora. Berlino capisce le fragilità del modello europeo perché ne è, in larga parte, la causa determinante. E conoscendo l’arbitrarietà e la rigidità di certe regole non si fa scrupolo, potendoselo permettere, di violarle ove possibile. La Germania, fondamentalmente, comincia a capire la logica di potenza. Ma reazioni estemporanee a problemi sorti strada facendo non corrispondono a una svolta sistemica capace di rilanciare, a livello aggregato, tutta l’Unione.

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