Le regole sono un vincolo per coloro che si trovano in posizione di non poterle fare rispettare. Vale lo stesso, in particolar modo, nell’Unione Europea, dove la rigidità dei parametri, assunti in certi casi come veri e propri dogmi, ha causato più volte problemi ai Paesi che, volenti o nolenti, si trovavano tenuti a rispettarli (Grecia, ad esempio) o i cui governi, per eccesso di solerzia, troppe volte hanno spinto in là il proprio zelo (Italia).

Vi è, in Europa, un peccatore imperterrito che, di fronte alle violazioni altrui ha a lungo interpretato il ruolo del “poliziotto cattivo”, assieme ai custodi della linea del rigore (capitanati da Olanda e Finlandia) ma che, in più occasioni, non manca di commettere violazioni o di interpretare elasticamente regolamenti e legislazioni.

Dal punto di vista pratico, il secondo atteggiamento non è deplorevole in sé: a sconcertare è la palese asimmetria tra la retorica di Berlino, che arriva addirittura a garantire un sottofondo “morale” alla propria immagine integerrima, e la condotta del governo di Angela Merkel. Prendiamo il caso del surplus commerciale tedesco, frutto di instabilità a causa della deflazione interna imposta dalla Germania al suo sistema, che viola i limiti prescritti dai trattati. O, cosa ancora più sconcertante, il caso banche.

Quando le crisi in passato hanno riguardato istituti di altri Paesi, Berlino ha perorato la linea del salvataggio interno e del bail-in come prima linea di difesa dalle crisi bancarie, come testimoniato dalle recenti dichiarazioni del Ministro dell’Economia italiano Giovanni Tria, secondo cui nel 2013 il suo predecessore Fabrizio Saccomanni, esponente del governo Letta, fu costretto ad accettare la normativa sul bail-in proposta dalla Germania dopo essere stato “praticamente ricattato dal Ministro delle Finanze tedesco” Wolfgang Schauble, che gli disse che se l’Italia non avesse accettato “si sarebbe diffusa la notizia che il nostro sistema bancario era prossimo al fallimento”.

Al momento dello scoppio della questione della tenuta del suo sistema bancario, la Germania ha radicalmente cambiato linea, proponendosi di salvare la cassa di risparmio Nord Lb con un’iniezione considerevole di fondi pubblici, mettendo sul piatto la ragguardevole cifra di 3,7 miliardi di euro, 1,2 dei quali garantiti dall’associazione tedesca che riunisce le Casse di risparmio e 1,5 dal governo della Bassa Sassonia, che, si è riservato di staccare un altro assegno da 1 miliardo di euro qualora si rendesse necessario.

Ancora più emblematico il caso Deutsche Bank. Il colosso di Francoforte, “malato d’Europa” ridottosi a detenere una capitalizzazione borsistica compresa tra l’1 e il 2% del suo enorme portafogli da oltre 1,5 trilioni di euro, è oggetto dell’interesse del governo di Berlino, che manovra per una fusione con Commerzbank, di cui controlla importanti asset.

Secondo il Financial Times l’operazione potrebbe dar vita a un colosso con oltre 2.500 filiali, 140.000 dipendenti (dei quali 20.000 a rischio, secondo gli analisti), 2.000 miliardi di asset e 845 miliardi di depositi. Il Ministro delle Finanze Olof Scholz è lo sponsor numero uno della fusione che, secondo indiscrezioni riprese da StartMag, avrebbe come mediatori Goldman Sachs e Bank of America, imponendo di conseguenza una tregua all’offensiva americana contro il colosso coi piedi d’argilla che è diventato Deutsche Bank.

Come sottolinea l’Agi, Deutsche Bank “tra il 2011 e il 2018 ha accumulato una perdita netta 6 miliardi di dollari ed è stata multata per 14,5 miliardi per attività che vanno dalla vendita dei titoli ipotecari al suo ruolo nello scandalo Libor. Anche le sue strategie per ammortizzare le perdite speculative non hanno funzionato, come dimostra il fatto che le sue azioni sono crollate ai minimi storici (-90% negli ultimi 11 anni) e che gli analisti hanno apertamente messo in discussione il suo modello di business, basato sull’investment banking”.

A​​nche Commerzbank, la seconda banca tedesca, “non se la passa per niente bene e proprio per cercare di salvare questi due istituti, che potrebbero rivelarsi decisivi per puntellare un sistema industriale essenzialmente basato sull’export come quello tedesco, specie in caso di recessione”, la Germania vuole correre ai ripari. Sapendo che le regole europee parlano chiaro e il meccanismo di vigilanza unico, finora solerte con le banche italiane e pressoché taciturno verso la problematica dei derivati tossici che ingolfano i bilanci di Deutsche Bank, non potrebbe stare in silenzio di fronte a una mossa del genere, Berlino spinge sull’acceleratore. A costo di mostrare, una volta di più, la sua ipocrisia, raccontata da Sergio Cesaratto nel saggio Chi non rispetta le regole che demolisce il mito della granitica inflessibilità teutonica. Prossima a sgretolarsi di fronte ai rischi sistemici della sua finanza.

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