Il ministro delle Finanze tedesco Olof Scholz ha definito “sindrome di Atlante” il complesso di cui, a suo dire, sarebbe vittima la Germania nelle altre cancellerie per le sue politiche commerciali: “È sempre colpa nostra: se l’ export galoppa, dicono che schiacciamo tutti. Se frena, dicono che strangoliamo tutti”, avrebbero dichiarato membri del suo entourage citandolo esplicitamente al termine di uno dei più recenti vertici internazionali a cui Scholz ha partecipato.

La realtà è molto diversa, invero. La Germania, con le sue politiche commerciali inserite nel contesto del rigore monetario comunitario, ha prodotto benefici enormi al suo export per diversi anni ma ora ha il fiato corto per la mancanza, negli anni scorsi, di politiche volte a stimolare domanda e consumi interni, per la crisi del modello basato su lavoro flessibile e depressione salariale e per la fase di recessione globale in arrivo che deprime i mercati di sbocco delle merci tedesche. Tanto che a gennaio e febbraio Berlino è stata fanalino di coda nella classifica della crescita manifatturiera europea che ha visto Italia e Francia al comando.

“Il ‘campione mondiale dell’export’ è azzoppato da quella che continua ostinatamente a ritenere una virtù”, sottolinea Repubblica. “Il famoso 8% di surplus che è sempre stato oggetto di critiche dai partner europei o dal Fmi e dall’Ocse, oggi sta arretrando perché risente delle guerre commerciali e della forte frenata della Cina. Dinamiche che non sembrano preoccupare Scholz”, nemmeno di fronte ai più recenti rilevamenti che segnalano una “crescita prevista dall’uno allo 0,5%. Una correzione che risente della storica vulnerabilità di un Paese le cui esportazioni valgono il 40% della ricchezza prodotta e garantiscono il 30% dei posti di lavoro – nell’ industria addirittura uno su due. E non dà grande conforto nemmeno qualche segnale in controtendenza, come l’ indice Zew della fiducia delle imprese, che di recente ha segnato il primo dato positivo in un anno”.

Eppure tra fine 2018 e inizio 2019 la Germania sembrava aver compreso la lezione, avendo capito che un eccesso di dogmatismo e di rigore rischiava di produrre fratture d’ampia portata. Lo stesso Scholz aveva annunciato che il governo Merkel stava ponendo in essere un piano di investimenti infrastrutturali volti a rilanciare la domanda interna con le tanto criticate ricette keynesiane. Angela Merkel aveva compreso, nei mesi scorsi, la crescita del malcontento sociale e ha deciso di porre in essere dei moderati adeguamenti pensionistici per rafforzare uno Stato sociale ridotto all’osso.

Ma a preoccupare sono soprattutto i salari. “I lavoratori dipendenti sono fermi al palo”, sottolinea Il Tempo. “Quasi quattro milioni di loro percepiscono uno stipendio inferiore ai 2mila euro lordi (e il costo della vita, lassù, non è uno scherzo). Otto milioni di tedeschi hanno bisogno di sussidi statali per tirare avanti. Spesso il posto fisso non basta e si scatena la corsa all’assistenza. Il reddito medio dei meno abbienti – il 40 per cento della popolazione – è precipitato del sette per cento nel primo quindicennio del 2000. Nello stesso periodo, quello del 10 per cento – i più ricchi – è volato al venti per cento in più”.  Di queste analisi e di queste promesse, la maggior parte è rimasta lettera morta. Scholz non è riuscito a convincere il Partito socialdemocratico di cui fa parte a una sincera svolta anti austerità, e non ne aveva nemmeno la reale volontà politica. La Merkel, dal canto suo, ha posto in essere ricette estemporanee ma non ha più la forza politica per un progetto sistemico di ampia portata.

La Germania è al palo. Come un cane che si morde la coda, è stretta tra la presa di consapevolezza dei limiti del suo modello e la scarsa volontà di uscire dal circolo vizioso che unisce calo delle esportazioni, mancanza di investimenti e ristagno dei salari e, di conseguenza, dei consumi interni. Mentre è il resto d’Europa, forse, a vivere la sindrome di Atlante, ma alla rovescia. Dato che la Germania a tratti rischia di strangolarla con le sue politiche commerciali e, in altri frangenti, è il freno maggiore alla ripresa economica di un continente di cui è tutto fuorché la locomotiva.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.