Il Btp decennale sorpassato dall’equivalente greco? Ipotesi estremamente remota fino a qualche anno fa. Realtà concreta da poche ore: era già successo in passato con altri tipi di obbligazioni statali, ma ora anche per il benchmark più diffuso sui mercati per valutare il rischio-Paese Atene batte Roma. L’Italia pagherà infatti nei prossimi mesi una cedola sui suoi titoli di Stato decennali superiore a quella garantita dai titoli ellenici. Segno che mercati e investitori reputano questi ultimi, di fatto, più sicuri.

Come sottolinea Il Sole 24 Oreinfatti, nella giornata del 18 dicembre per la prima volta nella storia l’Italia si è trovata ad avere uno spread positivo nei confronti della Grecia: “I nostri BTp rendono l’1,338% mentre i bond greci l’1,294%”. Il sorpasso, secondo il quotidiano economico, è dovuto a tre fattori: ”Da un lato è da tempo che i rendimenti dei BTp salgono, dall’altro quelli greci hanno strappato un deciso calo nella giornata di mercoledì 18 quando si è sparsa la voce che la Bce potrebbe permettere alle banche greche di detenere più titoli di Stato del proprio Paese”. Infine, c’è da tenere conto un importante motivo tecnico: la diversità dei benchmark. “si prende infatti come riferimento il nuovo BTp decennale, che scade nell’aprile 2030. Il decennale greco attualmente preso come benchmark, invece, scade nel marzo del 2029”.

Dal punto di vista tecnico si può dire che la Grecia sta beneficiando del nuovo quantitative easing inaugurato dalla Bce nella fase finale dell’era Draghi e, al tempo stesso, in Europa si sta verificando una nuova fase di convergenza tra i rendimenti paragonabile a quella di fine 2015 e inizio 2016. Incerte le conseguenze di lungo periodo, più pronosticabili quelle di breve: ora che la Grecia ha immolato l’immolabile, comprese le volontà di una reale discontinuità, sull’altare dell’austerità il Paese è tornato “affidabile” per mercati e investitori. Pronti addirittura a assecondare con un’iniezione di liquidità il thatcherismo di ritorno del premier Kyriakos Mitsotakis finanziandolo assieme ai tassi bassi della Bce.

Mentre politicamente per Roma si dimostra come la musica non cambi mai. Con il sorpasso di Atene sui nostri Btp crollano gli ultimi residui del mito del “risparmio da spread” che l’esecutivo giallorosso aveva posto tra i fondamenti della sua necessità. Mito che pareva confermato dalla caduta del rendimento dei Btp ai minimi storici (sotto la soglia di rendimento dell’1%) nella fase di nascita del governo Conte II, in realtà inserita in una dinamica più ampia. “Da maggio sino al 20 agosto, giorno delle dimissioni del Conte gialloverde, il rendimento del Btp è sceso dal 2,50% al 1,30%, compiendo quindi buona parte del processo deflativo che lo ha portato ad assestarsi tra lo 0,80% e l’1% nelle settimane successive”, si è in precedenza evidenziato.

In seguito il Btp ha ripreso a oscillare verso l’alto, tornando su fasce di rendimento paragonabili a quelle della fine dell’era gialloverde, riassorbendo completamente il preventivato “risparmio da spread” dovuto all’europeismo inflessibile e condiscendente dei giallorossi. In seguito l’Italia ha dovuto tornare a fare i conti con l’impossibilità di portare avanti una manovra espansiva fondata sugli investimenti. L’Ue ha censurato il “superdeficit” su cui puntava il titolare del Mef Roberto Gualtieri, Roma ha posto pochi o nulli rilievi alle osservazioni “austeritarie” della Commissione e si è adattata a una soluzione sicuramente non ottimale. In cui l’incertezza politica è intervenuta contribuendo alle oscillazioni dei Btp. Una volta di più semplificazioni e wishful thinking si devono piegare alla dura realtà: la convivenza tra l’Italia e i vincoli economici e finanziari europei si sta facendo, mese dopo mese, sempre più problematica.

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