La pandemia di Covid-19 ha rimesso in campo dinamiche competitive e questioni connesse alla rivalità strategica tra potenze industriali e sistemi-Paese per il controllo o la predominanza in settori economici ritenuti di interesse primario.

Il vecchio adagio di Adam Smith secondo cui la sicurezza nazionale è un presupposto, e non una conseguenza, della prosperità economica, messo in pratica da diverse potenze capaci di applicare principi politici al capitalismo (Stati Uniti, Cina, Russia, Francia in particolare) è oggi ben manifesto di fronte all’emergere di una carenza a livello globale di un componente fondamentale dell’industria contemporanea: i chip per i circuiti integrati formati da materiali semiconduttori.

Come ricorda Fortune, infatti, diverse industrie stanno sperimentando in tutto il mondo difficoltà e problematiche nel rifornirsi di questi materiali strategici, La più sofferente è quella dell’automobile, che dopo esser stata in quasi tutto il mondo “chiusa per virus” nel 2020 è ora di fronte a problematiche di gestione della sua catena del valore. General Motors terrà chiusi tre grandi impianti fino a metà marzo per carenze nei rifornimenti, e da Ford a Volkswagen, passando per Fiat e Honda, anche gli altri produttori stanno venendo messi alle corde. Ma non finisce qui: Nvidia è in ritardo sulla tabella di marcia per la produzione di schede grafiche che richiedono chip ben strutturati per la trasmissione dei segnali e questo si sta ripercuotendo su Sony, che voleva lanciare in grande stile la sua PlayStation 5; Apple sta sperimentando ritardi sulla vendita degli IPhone rispetto alla tabella di marcia.

Sicuramente una conseguenza di queste frizioni è da imputare alla grande episodicità della domanda di chip. Da un lato, lo scorso anno ha visto un’impennata della vendita di device come i computer (302 milioni di unità nel mondo, +13% sul 2019) che ha drenato sull’industria tecnologica il grosso della domanda di chip, fattispecie che ha causato problemi ai produttori quando a fine 2020 il mercato dell’auto ha iniziato a riprendersi. E proprio la tradizionale “industria delle industrie” si sta trovando di fronte, come nota il Financial Times, a inattese vulnerabilità della sua catena del valore, estremamente dispersa su scala mondiale e soggetta alla competizione tra le potenze.

Qua viene il punto fondamentale del discorso: la produzione e il commercio dei chip, su scala mondiale, si scontrano con le dinamiche della geopolitica e delle rivalità strategiche, e sono il terreno di scontro su cui maggiormente sta impattando la battaglia tra Cina e Stati Uniti in campo tecnologico. Ad esempio, Donald Trump nel contesto della sua guerra commerciale ha escluso dal mercato Usa la cinese Semiconductor Manufacturing International, ritenuta una minaccia alla sicurezza nazionale, che da sola produce il 5% dei chip operanti a livello mondiale, e gli Stati Uniti si appoggiano fortemente su tecnologie prodotte sul loro territorio la cui produzione avviene in concerto con aziende quali la coreana Samsung e la taiwanese Tsmc nel continente asiatico. A sua volta, Pechino detiene un forte controllo su numerose terre rare che rientrano nella filiera e nella catena del valore dei chip, creando di fatto una situazione di “stallo alla messicana”: chi produce chip tiene a mantenere all’interno del suo sistema industriale i propri prodotti, la filiera del commercio di materie prime e componenti da esse derivanti è in rallentamento, la tensione geopolitica porta le nazioni a dare priorità alla sicurezza nazionale sull’industria e le altalene nella domanda fanno il resto, creando un forte attrito.

Per le criticità intrinseche alla filiera, il comparto dell’auto è quello destinato a maggiori sofferenze per la carenza globale di chip, che sta mettendo sotto pressione quei governi (Corea del Sud e Taiwan in primis) che fanno riferimento alle aziende dei Paesi ritenuti, negli Usa, meno “ambigui” rispetto alla Cina, su cui sta caricandosi un eccessivo onere di fornitura. Anche la Casa Bianca di Joe Biden monitora da vicino la situazione: nell’agenda del neo-presidente in ambito economico grande rilevanza è data alla ricostruzione interna delle filiere industriali statunitensi sotto forma di re-shoring delle produzioni critiche, e di fronte al rischio di perdite considerevoli (2 miliardi di dollari per Ford e 2,5 per Gm, per fare un esempio) l’amministrazione potrebbe pensare a un’applicazione estensiva del Defense Production Act e a un’accelerazione sui piani Build Back Better per rafforzare gli Usa in questo settore fondamentale. In cui, come è accaduto più volte da inizio pandemia, sono saltate tutte le logiche del libero mercato. La cui irreversibilità è un altro mito sfatato dalla pandemia e dalle sue conseguenze che si ripercuotono a cascata.

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