L’1 luglio scorso, in sordina, è finito il principale programma non emergenziale di acquisto titoli della Banca centrale europea promosso da Mario Draghi nel 2019 come “coda” del quantitative easing, il cosiddetto Asset Purchase Program (App). Resta attivo invece il programma di aiuti economico-finanziari pensato contro la pandemia di Covid-19, il cosiddetto Pandemic Emergence Purchase Plan: secondo quanto deciso dalla governatrice Christine Lagarde su consiglio del capo economista Philipp Lane gli investimenti in conto capitale legati ai titoli pubblici in scadenza acquistati dall’Eurotower nell’ambito del Pepp saranno reinvestiti almeno fino alla fine del 2024.

Per Francoforte si tratta della coda lunga di sette anni di politiche espansive che hanno contribuito ad accelerare il quantitative easing globale anticipato dagli investimenti massicci di istituti come la Bank of England e la Federal Reserve americana. L’annuncio della Lagarde dello stop agli acquisti unito all’aumento dei tassi di interesse volto a combattere l’inflazione ai massimi in Europa dall’inizio della storia dell’euro ha però prodotto un panico sui mercati a cui si è voluto rispondere con l’annuncio dello “scudo” anti-spread.

E la fine dell’App si interseca, in quest’ottica, con la fase di reinvestimento del Pepp in una fase in cui inflazione elevata, rincari energetici e tensioni geopolitiche si sommano a un ritorno di fiamma della preoccupazione per il Covid in diversi Stati europei.

C’è una questione importante da sottolineare: ad oggi lo scudo anti-spread esiste solo ufficiosamente come convergenza tra annunci e indiscrezioni trasmesse dall’Eurotower alla Reuters. La Bce sa di dover camminare sulle uova, in una fase in cui il ritorno in campo dei falchi pro-austerità farà sentire il suo effetto sulle dinamiche di potere tanto nell’Eurotower quanto, in autunno, nelle discussioni sulle future regole di bilancio comunitarie. Dalle parole della Lagarde di giugno e da più recenti indiscrezioni filtrate alla Reuters si può capire una linea d’azione confermata dalle mosse compiute dall’1 luglio, data della fine dell’App, con i proventi dei titoli in scadenza del Pepp.

La Bce può col Pepp legittimamente compiere acquisti ad personam. Nel marzo 2020 Pepp è caduto il capital key, un principio operativo proposto da Mario Draghi per far accettare ai rigoristi del Nord Europa il primo Qe. Il capital key imponeva all’Eurotower di comprare un valore mensile di titoli, Stato per Stato, proporzionale al rapporto tra il volume di ogni economia e il totale del Pil dell’Eurozona (11,8% per l’Italia), non superando mai la quota del 33% di acquisti per ogni singola emissione. Dal 2020 non è più così e il primo stratagemma dell’Eurotower sarà quello di applicare al massimo la flessibilità ottenuta mirando sui Paesi più in sofferenza debitoria, come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, i reinvestimenti dei titoli dell’Eurozona. Ma questo è pensato solo come un primo passo in vista di manovre più ambiziose.

Secondo quanto fatto filtrare alla Reuters, infatti, i 19 Stati membri dell’unione monetaria saranno nel quadro dello “scudo” della Lagarde divisi in tre gruppi che identificano Stati donatori ad alta stabilità debitoria, Paesi riceventi in affanno e  un gruppo di “neutrali”. Germania, Francia ed Olanda farebbero parte del primo gruppo, gli Stati Mediterranei del secondo. In quest’ottica, la Bce vorrà targettizare sul gruppo dei riceventi gli acquisti per evitare la dilatazione degli spread tra i debiti in una fase che sembra preludere a una nuova recessione.

Il piano può aprire, in quest’ottica, a un’Europa a più velocità di integrazione e soprattutto a un principio di solidarietà intracontinentale? Sicuramente c’è un abbozzo di crescente flessibilità, per quanto l’annuncio di un trattamento particolare per Paesi ritenuti più fragili può indebolirne la posizione nel breve periodo verso la speculazione finanziaria, certa che in ultima istanza ogni perdita secca sarebbe compensata dall’Eurotower.

“I problemi”, nota StartMag, “sorgono quando passiamo dalle parole ai numeri. Il programma Pepp prevede infatti rimborsi nei prossimi dodic mesi pari a circa 220 miliardi” di euro, da redistribuire su tutta Eurolandia. Altri 275 li garantirebbe un altro programma in scadenza ereditato dall’era Draghi, il Public Sector Purchase Program (Pspp) che però “non gode della stessa flessibilità” essendo soggetto al capital key di cui parlavamo. “Pur con tutta l’autonomia di manovra dei trader di Francoforte”, fa notare Giuseppe Liturri nella sua analisi, la massa a disposizione “appare una somma modesta per scoraggiare chi volesse assumere posizioni ribassiste contro i nostri Btp”.

Per risolvere il problema di una possibile divaricazione dei rendimenti e di un plausibile attacco speculativo nella fase di rincaro dei tassi di interesse e fine dei piani d’acquisto, sul lungo periodo, ogni manovra monetaria da sè non basta. La risposta deve necessariamente essere politica: ora più che mai il momento appare propizio per governare l’uscita dell’Europa dal debito pandemico con il progetto di Agenzia Europea del Debito promosso da Mario Draghi e Emmanuel Macron poco dopo la firma del Trattato del Quirinale.

Nello scorso dicembre i consiglieri economici dei due leader (Francesco Giavazzi per Palazzo Chigi e Charles-Henri Weymuller per l’Eliseo) e due economisti italiani (Veronica Guerrieri e Guido Lorenzoni) hanno pubblicato uno studio dal titolo Rivedere il quadro fiscale europeo in cui si immaginava l’ipotesi di trasferire gradualmente a un’agenzia europea appositamente costituita i debiti pandemici in un arco di cinque anni. L’ente li manterrebbe in portafoglio in forma perpetua ridimensionandone gradualmente l’interesse dovuto dai Paesi membri, di fatto operando un taglio generalizzato, e si impegnerebbe in contropartita a emettere titoli europei a basso rischio e basso rendimento da far incamerare alla Bce per ridurre collettivamente i coefficienti di rischio. Una mossa che consentirebbe un cambio di passo generalizzato: il grande rischio di questa fase interlocutoria della Bce è l’assalto dei falchi rigoristi alla diligenza dell’Eurotower. La grande opportunità la possibilità di applicare riforme capaci di giocare un ruolo per l’Europa del futuro.

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