La Federal Reserve inizia a varare la fine del lungo piano di stimoli avviato per contrastare la crisi pandemica, il mondo assiste alla tempesta geopolitica della guerra russo-ucraina e nei poteri economici a stelle e strisce c’è maretta sulla scia della “guerra dei miliardari” tra Jeff Bezos ed Elon Musk. Risultato? Il Nasdaq, l’indice dei titoli tecnologici americani che è stato il motore del decollo delle borse nell’ultimo biennio, ha conosciuto una forte correzione negativa.

Come ha sottolineato Rai News, infatti, le perdite sono state notevoli e estese all’interno mondo borsistico americano, su cui spicca il “calo cumulativo del 13,3% del Nasdaq, che ha subito il suo mese peggiore dal 2008, trascinato al ribasso dalle massicce vendite nel settore tecnologico”. Nasdaq che non è i Ad aprile, il Dow Jones ha perso un cumulativo del 4,9% e l’S&P 500, che rappresenta il mercato più ampio negli Stati Uniti e comprende molte società tech, è sceso dell’8,8%. Ovvero per entrambi è stato il mese peggiore dal 1970″.

Tesla, perla dell’impero di Elon Musk, ha lasciato a terra in un mese un quinto della sua capitalizzazione (-19,72%); Amazon quasi un quarto (-24,01%). Più contenute le perdite di Apple e Meta, attorno al 10%, mentre Netflix è andata invece vicina al dimezzamento: -49% ad aprile. Il Big Tech ha lasciato sul terreno oltre 1,4 trilioni di dollari di capitalizzazione.Gli investitori, in questa fase, “hanno scaricato in massa i loro titoli per beni più sicuri di fronte a una serie di fattori molto preoccupanti: dall’aumento dei tassi di interesse e l’inflazione record negli Stati Uniti, alla guerra in Ucraina e lo scoppio di una nuova epidemia di Covid in Cina”. Ma c’è di più. La fine della fase di vacche grasse monetarie e del lungo decennio del quantitative easing globale, scaricatosi sulla scia del surriscaldamento economico in America e della bomba inflattiva che sta divorando la ripresa europea, ha messo gli investitori in una mentalità più prudente.

Non è la fine del mondo, dunque, ma è sicuramente la fine di un mondo: il mondo distopico emerso dal totale disaccoppiamento tra economia reale e finanza speculativa dopo l’inizio della pandemia. L’immissione di gigantesche quantità di denaro nei circuiti finanziari e il crescente fenomeno della dipendenza dei sistemi occidentali dal Big Tech ha fatto sì che mentre nel mondo i lockdown si moltiplicavano, le vittime di Covid si contavano a centinaia di migliaia e lo scambio di merci frenava le borse, quelle Usa in testa, conoscessero il più grande boom della loro storia. Dall’1 gennaio 2020 al 31 dicembre 2021 il solo Nasdaq, ad esempio, è cresciuto complessivamente del 73%, Tesla addirittura del 1092%, vedendo le azioni passare da  88,60 1056,78 dollari a unità. Valori insostenibili in un mondo non più soggetto al doping finanziario costante. A cui si aggiungeva l’imprevedibilità dei fenomeni sistemici e geopolitici dell’era successiva all’emergenza pandemica globale.

Dunque, si sta assistendo al definitivo sgonfiamento della grande bolla alimentata dagli stessi protagonisti della finanza mondiale con il processo dei buyback azionari: enormi quantità di denaro preso a prestito a basso costo sfruttando il contesto favorevole in campo monetario sono statie dirottate verso il riacquisto di azioni da parte dei gruppi stessi, in modo tale da gonfiarne il valore e, di conseguenza, favorire il top management che guadagna dividendi direttamente legati al risultato azionario. Il più recente buyback di Alphabet, di fine aprile, ha riguardato una quota di azioni dal valore di 70 miliardi di dollari: un quantitativo degno di due corpose manovre di bilancio italiane. Nel 2021 le compagnie dell’indice S&P 500 – che raggruppa le 500 imprese statunitensi quotate a maggiore capitalizzazione – hanno riacquistato azioni per 882 miliardi di dollari e nei primi tre mesi del 2022 tale quota è stata pari a 319 miliardi.

La grande sardana finanziaria ballata dagli operatori americani è giunta al termine. E, lo ribadiamo, potrebbe non essere una cattiva notizia. Uno sgonfiamento graduale verso valori meno speculativi dei giganti della borsa, le compagnie tecnologiche, può prevenire un’esplosione della bolla finanziaria che travolgerebbe il mondo. Nuovi, rovinosi casi come quello di GameStop sarebbero, in caso di deflazione borsistica, solo un ricordo. E soprattutto si potrebbe evitare l’effetto panico, la realizzazione della mai abbastanza compresa lezione di Charles Kindleberger sul ruolo delle emozioni nell’esplosione delle bolle finanziarie accelerato dalla vendita degli investitori in preda al panico.

Qual è la morale di tutta questa storia? Il fatto che il motore per la vera ripresa globale e il rilancio del mondo post-bellico segnato da inflazione feroce, crisi energetica e relazioni internazionali nel caos sarà l’economia reale delle industrie, dei giacimenti energetici, dei trasporti, dell’agricoltura, dei commerci. Non più subordinabile all’umoralità di una finanza che dà e toglie con imprevedibilità. E che si è spinta troppo oltre i suoi perimetri più gestibili nell’ultimo biennio. Un effetto positivo della guerra e del caos globale potrebbe essere la spinta dei mercati a governare la ritirata verso livelli più sostenibili in forma non caotica. Prevenendo dunque uno schianto rovinoso. E consentendo ai governi di capire in che modo muoversi per regolamentare gli eccessi della finanza e, soprattutto, preservare le economie reali e gli investimenti strategici oggi più necessari dalla sua volatilità. Che si rispecchia, ricordiamolo, anche in quei beni energetici e quelle materie prime decisive per l’economia reale, sul cui affidamento ai mercati borsistici oggi è giusto interrogarsi.

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