Mario Draghi ha presentato la sua squadra di governo e, dopo il passaggio alle Camere per la fiducia, dovrà lavorare con urgenza a un’ampia mole di dossier lasciati aperti nelle ultime settimane dal sempre più sfaldato e inefficace governo giallorosso, ai cui limiti ed errori una squadra ampiamente rinnovata punta a dare correzione. In particolare, per Draghi un vero e proprio banco di prova sarà la questione del rilancio del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), la struttura italiana per ottenere i finanziamenti del Recovery Fund, la cui bozza originaria approvata dal governo Conte II è stata, più volte, stroncata da Bruxelles.

L’ex ministro degli Affari Europei, Enzo Amendola, era stato tra i pochi a indicare in anticipo la necessità di programmare e costruire per tempo il Pnrr, ma Conte e i suoi hanno tergiversato a lungo, mettendo il piano di fronte a un severo rischio di bocciatura per due problematiche fondamentali: da un lato, l’incapacità di definire progetti chiave e un quadro politico e normativo preciso, dall’altro, l’auto-inganno connesso all’esplicita negazione della presenza di importanti contropartite da offrire all’Europa in termini di riforme strutturali.

Dunque il Recovery non sarà un pasto gratis, e Draghi lo sa bene: la partita va giocata con astuzia e intelligenza, presentando un piano strategico capace di aiutare la crescita e non ritenendolo un sostituto, ma un complemento, delle politiche basate su spesa pubblica e deficit nazionale. Nella consapevolezza che anche firmare eccessive cambiali in termini di condizionalità può essere un rischio: i falchi d’Europa sono attenti e, dall’Olanda in giù, mirano a ribaltare nell’applicazione strategica del Recovery Plan, sotto forma di attivazione dei “freni d’emergenza” loro concessi e di contestazioni ai piani più a rischio bocciatura, la necessità di contribuire al debito mutualizzato che la svolta “moderata” di Angela Merkel sui conti europei ha loro imposto.

Draghi è il leader europeo che più ha combattuto la narrazione del rigore a tutti i costi, pur con il suo Qe segnato da luci ed ombre, e rappresenta un leader con maggiore consapevolezza dei problemi e degli equilibri europei rispetto a Giuseppe Conte, più volte preso in contropiede da Mark Rutte e sodali proprio per il suo approccio naif. Ma anche SuperMario dovrà stare attento a bilanciare il suo Pnrr con le esigenze interne e a applicare in maniera elastica le clausole sul rientro dal debito anti-pandemico contenute nei trattati istitutivi di Next Generation Eu e che Conte e Roberto Gualtieri si sono ben guardati dal mettere anche solo lontanamente in dubbio.

Il governo giallorosso ha rischiato di lasciare l’Italia di fronte alla possibilità di finire schiacciata in una triplice morsa: da un lato, non ha saputo fare accettabile uso della finestra di opportunità garantita dal blocco agli strumenti del patto di stabilità e del deficit nazionale; in secondo luogo, sono stati poco sfruttati gli strumenti dello stop ai divieti più rigidi agli aiuti di Stato e non è stata pensata una exit strategy dalla fine del periodo di garanzie pubbliche ai prestiti alle imprese; infine, il Pnrr è stato studiato con leggerezza. In questi giorni perfino i governi ‘frugali’ di Danimarca, Austria e Repubblica Ceca hanno dato impressione di non voler calcare la mano sui primi due fronti, accelerando una chiusura della posizione straodinaria assunta dall’Ue e hanno chiesto a Bruxelles di elevare il limite di sussidi e compensazioni ammesse per le imprese, ma qualora nel 2021 tali misure dovessero venire a conclusione il governo Draghi si troverebbe nella spiacevole situazione di doversi accollare le “perdite” della gestione giallorossa e di affrontare in posizione di debolezza il nuovo quadro macroeconomico europeo.

Il Pnrr non è la panacea di tutti i mali e la crescita cumulata ottenuta grazie allo sfruttamento di tutti i fondi Ue a disposizione, secondo la Banca d’Italia dovrebbe essere pari a circa 2% del Pil, cioè lo 0,5% all’anno per 4 anni: logico dedurre che Draghi dovrà da un lato negoziare a tutto campo, in maniera intelligente, spazi di manovra che permettano ai piani nazionali opportunamente rilanciati di sfuggire alla dura mannaia delle condizionalità più rigide (dal fisco alle pensioni) e avviare i “cantieri” per la risoluzione dei tavoli più caldi (aiuti alle imprese, blocco dei licenziamenti, questioni industriali aperte come Ilva, Alitalia, Mps) prima che il mainstream austeritario dei “falchi”, sopito in primavera dalla svolta pragmatica della Merkel, torni a imperversare. Un primo avviso dei rischi è arrivato con la nuova normativa Ue sugli scoperti bancari, che rischia di aumentare nettamente la quota di crediti deteriorati e frenare il circuito della liquidità all’economia in una fase critica: la logica dell’austerità anche in piena pandemia è dura a morire e continua a far sentire i suoi effetti.

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