Oltre Atlantico le borse riprendono fiato dopo la batosta di marzo che aveva condotto a una spirale depressiva degli indici azionari senza precedenti. In poche settimane, è ammontato ben 25mila miliardi di dollari il conto delle perdite finanziarie dei mercati principali del pianeta. Wall Street ha bruciato circa un quinto della sua capitalizzazione. Ancora più pesante il conto europeo: il Ftse Mib si è quasi dimezzato in un mese arrivando a perdere il 44% del proprio valore. Il Dax 30 di Francoforte ha perso il 40%, in linea con gli altri listini continentali rappresentati dall’indice Eurostoxx 50 (-40%).

L’entità della contrazione, che ha azzerato i guadagni di tre anni di amministrazione Trump, è stata comunque relativamente più contenuta a Wall Street. Ma ora ad aprile le piazze finanziarie di New York sembrano essersi relativamente rinvigorite. Molti fattori contribuiscono a questa temporanea ripresa: la massiccia iniezione di liquidità della Fed e la discesa in campo dell’amministrazione Trump e del suo piano di stimolo economico hanno contribuito a calmierare, temporaneamente, la sfiducia.

Inoltre, i titoli del settore industriale sembrano aver già scontato a marzo la previsione di una recessione mondiale per il 2020 e puntano ora a agire con uno scenario interiorizzato come new normal. Come se negli States i mercati avessero messo in conto l’effetto sfiducia e puntassero a guardare, in qualche modo, avanti. Il consiglio di BlackRock e Goldman Sachs di sfuggire alla volatilità di breve periodo, causa del tracollo di marzo, puntando su titoli a lunga durata come i Btp italiani segnala un’evoluzione concettuale della finanza Usa.

Inoltre, il coronavirus ha certamente frenato la globalizzazione per come la conosciamo sotto il punto di vista del commercio e dell’interdipendenza economica, ma la ha accelerata nel campo della dipendenza dei sistemi economici dagli apparati tecnologici ed informatici che di tale interconnessione forniscono il supporto immateriale. Non c’è da stupirsi, dunque, che aprile abbia segnato negli Usa il nuovo decollo dei titoli del Nasdaq, specializzato nel prezzare il settore delle aziende tecnologiche, fonte di ripresa per gli Usa.

Come scrive Il Sole 24 Ore, “i titoli tecnologici a livello mondiale viaggiano su valori che sarebbero coerenti con una crescita economica globale nel 2020 del 3%” e nel complesso “se la Borsa Usa ha recuperato già il 55,5% di quanto perso a inizio marzo tornando sui livelli di agosto 2019 e il Nasdaq addirittura il 67,5% (nonostante la profonda crisi economica negli Usa), l’Europa è rimasta indietro. E, guardando al solo Vecchio continente, la Borsa tedesca ha recuperato il 41,2% di quanto perso, quella francese il 31,8%, mentre quelle di Italia e Spagna solo il 19,1% e il 17,9%”. Una ripresa scaglionata a seconda della forza delle diverse economie.

Tutto questo non deve ingannare circa la reale natura della ripresa mondiale che potrà essere solo guidata dall’economia reale e dall’industria e non appoggiarsi sul gioco di borsa. Bisognerà valutare nei prossimi mesi se l’attuale fase positiva sia un rimbalzo in un certo senso sintomatico o una fase di interregno prima di un nuovo crollo per il deteriorarsi della situazione economica e geopolitica del pianeta. Le borse mondiali rischiano poi un contraccolpo qualora le previsioni di istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, che prevede una decrescita globale di circa il 3%diventassero realtà. La borsa è ancora stracolma della liquidità del quantitative easing globale ma non può dimenticare i rischi di un’eccessiva volatilità. E i decisori politici non possono fare unicamente affidamento sulla ripresa degli indici: saranno le politiche di bilancio a fare la differenza. Non a caso i mercati si sono ripresi di più laddove, come negli Usa e in Germania, i governi hanno capito l’esigenza in tal senso.

 

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