Mentre Giuseppe Conte parlava alla Camera dei Deputati rivendicando la fiera “scelta europeista” del governo giallorosso, il destino manifesto favorevole della coalizione M5S-Pd di fronte ai tavoli negoziali europei e a sigillo della sua presa di posizione addirittura tacciava Matteo Renzi di essere il responsabile dell’aumento dello spread, altrove si faceva politica. A compimento di un lungo lavoro di elaborazione al Consiglio Europeo, all’Europarlamento, nelle commissioni bilancio di Strasburgo e negli apparati burocratici Ue, infatti, il governo spagnolo di Pedro Sanchez ha strappato un cospicuo aumento dei fondi che riceverà come aiuti diretti nel quadro di Next Generation Eu, sorpassando l’Italia.

Dopo gli ultimi ricalcoli la Spagna riceverà dal fondo di Recovery e resilience facility dell’Ue 10,36 miliardi di euro in più di sovvenzioni rispetto a quanto previsto nel piano iniziale, per un totale di 69,52 miliardi contro i 68,89 miliardi dell’Italia (che ha strappato un aumento di circa 3 miliardi). Madrid a questa cifra deve aggiungere 10,89 miliardi di euro dal nuovo fondo di coesione ReactEU e 452 milioni di euro dal Just Transition Fund, da cui l’Italia riceverà rispettivamente 11,34 miliardi e 535 milioni. Totale definitivo degliaiuti a fondo perduto: 80,87 miliardi per Madrid, 80,76 per Roma, che rispetto alla Spagna ha un Pil maggiore di circa il 45-50%.

Dopo lunghe negoziazioni, le autorità europee hanno riformulato l’assegnazione della seconda tranche di aiuti del Recovery, che sarà erogata dal 2023 e avrà un valore di 22,92 miliardi, venendo basata sul si basa sul calo del Pil accumulato che è stimato per i Paesi dell’Eurozona tra il 2020 e il 2021. Essendo Spagna e Italia i Paesi più colpiti, è chiaro che entrambe sono in testa alla classifica dei Paesi beneficiari, ma aver esteso l’arco temporale anche all’esercizio fiscale in corso aumenta l’incertezza. Questo dunque, implicitamente, premia Madrid, che a causa di un tessuto industriale meno resiliente di quello italiano e di un volume di investimenti, commercio e servizi inferiore a quello di Roma è più avvolta nell’incertezza riguardo le prospettive di un rilancio immediato dell’economia. Tutto ciò si sostanzia in previsioni macroeconomiche che aumentano le prospettive di Madrid nel quadro del sostegno alla ripresa europea.

Verrebbe da dire: aiutati che Dio ti aiuta. Perchè il governo di Pedro Sanchez non solo è stato in grado di negoziare al rialzo la sua posizione nel Recovery Fund, ma ha anche capito che l’ora per l’Europa e la sua economia è a dir poco critica. Guidata da un governo che ha ideologicamente dei connotati non dissimili da quelli dell’esecutivo Conte II (forze di sinistra moderata e liberal alleate a formazioni di impronta populista) il governo guidato dai socialisti e da Podemos non ha, del resto, un minore afflato europeista. La differenza sostanziale sta nella capacità di assumere decisioni pragmatiche: mentre Conte e Roberto Gualtieri, timidamente, non riuscivano a porre in essere una manovra degna delle prospettive di rilancio del Paese, Sanchez e il suo governo hanno messo in campo una finanziaria fortemente espansiva. Fondata su un piano da 240 miliardi di euro di investimenti per i prossimi anni, di cui 196 da finanziare con un apposito strumento anti-crisi, la manovra di Madrid sarà integrata (e non sostituita, come si vuole in Italia), da un progetto basato sui fondi europei che vedrà un forte coinvolgimento delle industrie strategiche sotto la cabina di regia dello Stato e delle istituzioni governative.

Di questi extra-finanziamenti appare chiaro che, molto probabilmente, la Spagna saprà presto cosa fare. Mentre in Italia il Recovery Fund è ancora un oggetto misterioso, dove si parla di tecnologie per l’industria ma non di settori produttivi in cui implementarle e si crea un’ampia voce “miscellanea” che va dalla parità di genere a vaghe misure per la sanità. Gli spagnoli vanno in Europa da spagnoli, il governo italiano da europeo: ma il sorpasso spagnolo sui finanziamenti del Recovery è solo la punta dell’iceberg. Beandosi di aver aumentato il “prestigio italiano” in Europa, il governo Conte II non ha coltivato con certosina meticolosità le prospettive del nostro interesse nazionale. Al contrario di quanto fatto da altri Stati che, giustamente, raccolgono i frutti delle loro scelte politiche.

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