Negli ultimi mesi la Finlandia si è comportata in maniera contraddittoria in Europa. La giovane premier Sanna Marin ha alternato la presa di consapevolezza di non poter sostenere in patria le politiche di austerità applicate a lungo da Helsinki a un atteggiamento, in Europa, molto vicino alle storiche posizioni dei falchi del rigore.

Il Paese è conscio che anni di deflazione interna e di crisi dei suoi maggiori player industriali ed economici (come Nokia) possano presentare il conto di fronte all’epidemia di coronavirus, ma le vecchie logiche di appartenenza geopolitica e geoeconomica al blocco della “Nuova lega anseatica”, ostile alla rottura della linea del rigore, permangono ben radicate. Con circa 4 morti ogni 100mila abitanti la Finlandia ha avuto un tasso di letalità legato al Covid-19 5,5 volte inferiore a quello della confinante Svezia, ma trema di fronte alla marea montante della recessione. Secondo l’Helsinki Times, sono almeno 20 i miliardi di euro di cui il Paese avrà bisogno per contrastare la recessione, poco meno del 10% del Pil.

Il 5 giugno la giovane titolare del ministero delle Finanze, la 32enne Katri Kulmuni, si è dimessa dopo lo scoppio di uno scandalo sulla gestione di alcune decine di migliaia di euro per influenzare i media nazionali, e ciò non favorisce la normalizzazione della situazione. Nel Paese monta il malcontento e anche dal mondo accademico nascono sempre nuove voci contrarie alla governance del Paese condotta negli ultimi anni e, realtà abbastanza inaudita, alla stessa appartenenza della Finlandia al progetto europeo.

L’antieuropeismo finlandese è oggi incarnato dall’accademico dell’Università di Helsinki e consulente strategico Tuomas Malinen, che in una recente intervista alla Verità ha dichiarato che “l’euro è un progetto mal concepito fin dall’inizio. La storia ci insegna che le unioni monetarie creata fuori da un’unione federale, e senza un meccanismo di uscita, sono tutte naufragate”. L’opposizione di Malinen all’euro e all’Unione europea incorpora, in parte, temi propri dei falchi del rigore: l’opposizione al quantitative easing, l’appoggio a piani “minimalisti” sulla risposta alla crisi del coronavirus, il rifiuto della mutualizzazione del debito. Ma non è centrale nel suo discorso la retorica dei Paesi nordici costretti a pagare per l’Europa meridionale. Il discorso di Malinen individua nell’euro la causa dell’atrofizzazione produttiva dell’intero continente, della distorsione dei livelli produttivi dell’Europa e della riduzione della sovranità nazionale.

Malinen lo ha scritto analizzando approfonditamente la questione sul portale Reaction: “La competitività e la produttività si sviluppano in modo diverso in economie diverse nel corso del tempo. Nel contesto di un’unione monetaria, ciò porta a larghi differenziali di competitività tra i Paesi membri. Durante le fasi di boom e espansione, queste differenze non si notano, perché la domanda aggregata crescendo allinea diversi settori produttivi” in diversi Paesi. Tuttavia, una fase di crisi, al contrario, crea necessariamente choc asimmetrici, travolgendo proprio quei Paesi meno pronti o strutturalmente preparati ad affrontare fasi di tempesta economica.

Secondo Malinen, di conseguenza, i piani della Commissione per redistribuire risorse tra i vari Paesi non sono funzionali a sostenere realmente le economie in difficoltà d’Europa, come quella italiana, ma a perpetrare la sopravvivenza dell’euro come istituzione, e di conseguenza tutti i programmi ad esso associati. L’euroscetticismo di Malinen potrebbe essere una bella gatta da pelare per il governo Marin in Finlandia in quanto potenzialmente in grado di sposarsi con la posizione critica verso l’esecutivo della destra dei Veri Finlandesi. La crisi economica in corso da tempo ed esacerbata dal Covid-19 potrebbe aprire una breccia nel fronte nordico dell’Unione: una crisi della credibilità dell’euro in Finlandia potrebbe trasmettersi al resto del blocco dei rigoristi. Non a caso già di per sé ostile a un’Europa più estesa nelle sue competenze e nei suoi obiettivi, ed “euroscettico” nella misura in cui l’europeismo implica un trasferimento di risorse fuori dai confini nazionali.

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