Criticato negli anni da media, politici e analisti di ogni visione politica, Jerome Powell si dimostra però inamovibile e decisivo per le sorti degli Stati Uniti. Il governatore della Federal Reserve, riconfermato di recente per un secondo mandato quinquennale dal Senato con una schiacciante maggioranza bipartisan (80 voti a favore, 19 contro) è sceso in campo per promuovere il drastico aumento dei tassi dello 0,75% funzionale a combattere l’inflazione ma al tempo stesso anche a segnare un solco: è Jackson Hole, non più Francoforte, ad avere in mano il pallino del gioco nel risiko monetario globale.

Sono lontani i tempi in cui Donald Trump, che nel 2017 ha scelto Powell per succedere all’attuale Segretario al Tesoro Janet Yellen, affermava nel 2019 che “ci vorrebbe un Draghi” americano alla guida della Fed per controbattere il dominio della Bce in termini di autorevolezza e, soprattutto, per criticare Powell sulla scelta di avviare l’innalzamento dei tassi. La pandemia di Covid-19 ha consentito alla Fed di andare al limite delle forze consentite dal suo mandato, finanziando la più grande espansione monetaria compiuta su base nazionale della storia umana e le ha consentito di guadagnare la cosiddetta forward guidance sui mercati. La guida avanzata garantisce a una banca centrale di poter muovere sul fronte del tasso di sconto e dell’offerta monetaria per raffreddare o surriscaldare determinati parametri.

E così quando l’economia americana si è surriscaldata per via del riversamento nell’economia dei piani economici di Joe Biden e per la corsa dell’inflazione, Powell ha potuto operare un aumento drastico dei tassi in modo molto meno discusso di quanto accaduto nel 2019, causa dello scontro con Trump.

Si tratta indubbiamente di un assist al presidente e agli Usa su scala globale, oltre che di una mossa perorata dal Partito Democratico in vista del voto delle Midterm, in vista del quale i Repubblicani tenteranno l’assalto alla diligenza del Congresso concentrandosi su carovita e inflazione. Ma anche il Grand Old Party, che coltiva l’ambizione di riconquistare la Casa Bianca nel 2024, non disapprova la mossa, dato che Powell è in fin dei conti una sua emanazione con cui si vorrà, in futuro, continuare a lavorare proficuamente.

Soprattutto, negli Usa sul fronte della politica monetaria si è creato un consenso pressoché bipartisan sulla necessità di porre fine al Quantitative easing globale avviato da Ben Bernanke nel 2009 alla guida della Fed, accelerato dalla discesa in campo della Bce di Mario Draghi nel 2015 e arrivato al picco con la Covidnomics. Washington si trova in una condizione favorevole: indipendentente sul fronte energetico e alimentare in una fase in cui in tutto il mondo carovita e prezzi delle materie prime sono fuori controllo, detiene la valuta di riserva degli scambi globali, il dollaro, e con la guerra in Ucraina sta ricompattando il campo occidentale. L’eclissi di autorevolezza della Bce offre alla Fed nuovo spazio per poter dare le carte nella partita finanziaria mondiale, e l’ordine di Jackson Hole è chiaro: espansione monetaria addio, contro l’inflazione si stringe. Una mossa che, giocoforza, sta venendo seguita dalla Bce nonostante i differenziali sistemici tra Usa e Europa sulle determinazioni di carovita e instabilità economica.

La Fed, dunque, stringe; aumenta il costo del servizio al debito denominato in dollari in tutto il mondo; si incentiva un drenaggio di capitali verso gli States, reshoring funzionale al piano di rilancio degli investimenti interni che entrambi i partiti ritengono fondamentale; si consolida la forza del dollaro e, in prospettiva, si blocca la sfida potenziale rappresentata dalla scelta dell’euro come valuta di riserva da parte di Paesi terzi. Il rincaro dei tassi spinge euro e dollaro verso la parità, danneggiando di fatto le prospettive dell’Europa in tal senso e acuendo la forza del biglietto verde come valuta di riserva.

Tutto questo avviene mentre un’Europa allineata agli Usa su sanzioni alla Russia, risposta economica alla crisi e future scelte politiche sceglie la via della castrazione economica imponendo un rialzo dei tassi e nuova austerità in un’economia anemica e fiaccata da deficit strutturali. La conseguenza è chiara: per evitare che siano i mercati a “votare” la Bce sceglie di seguire la Fed e di ancorare le sue scelte a quelle di oltre Atlantico in nome di un’unità occidentale che, oggi più che mai, funziona a senso unico. La nuova fase dell’era delle banche centrali è guidata dalla Fed, non più dalla Bce che ha tenuto viva l’era del Qe tra il 2015 e l’inizio del Covid. Come successo nel 1979 con lo shock ai tassi imposto da Paul Volcker, antesignano della rivoluzione reaganiana, un accentramento di poteri da parte della Fed chiama sempre una nuova fase di attenzione Usa ai legami economici transatlantici. Oggi più che mai fattore di grande rilevanza geopolitica, pur nell’ottica di un sistema che vede, chiaramente, gli Usa restare il Numero Uno e i decisori di ultima istanza. Anche grazie alle mosse, approvate in forma bipartisan, di un Powell tanto bistrattato in passato per una presunta assenza di “polso” quanto decisivo per entrambi i partiti oggigiorno.

 

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.