“No voice, no veto, no vote”: Nigel Farage, leader del Brexit Party trionfatore alle (probabili) ultime elezioni europee della storia britannica, ha bocciato in maniera netta l’ipotesi di un’uscita negoziata di Londra dall’Unione europea, a suo dire foriero di una sudditanza del Paese ai vincoli di Bruxelles.

C’è da dire che per molti Paesi dell’Ue un accordo è ancora più desiderabile di quanto possa esserlo per Londra, in quanto rappresenterebbe un presupposto per non cadere nell’incertezza. E non parliamo della possibile fine di convenzioni Londra-Bruxelles su temi, pure importanti, come la pesca o l’agricoltura. Né della questione-pretesto sbandierata dai due fronti confusi che appaiono oggi guidati da Boris Johnson da un lato e Angela Merkel dall’altro, il backstop al confine irlandese.

Ci sono questioni molto più difficili da risolvere che mettono in gioco interessi per miliardi di euro, ogni giorno: parliamo degli accordi sulla gestione dei titoli derivati tra le banche europee e l’autorithy della City a essa dedicata, la London Cleaning House (Lch). Le banche francesi e tedesche – che detengono da sole il 75% dell’enorme massa di 6.800 miliardi di titoli derivati presenti nei bilanci delle banche europee – hanno infatti una forte dipendenza dal diritto e dal sistema anglosassone e necessitano di veder confermati gli accordi intra-Ue siglati da Londra per continuare ad operare in maniera lineare. Discrepanze della legislazione o vuoti normativi metterebbero a repentaglio la stabilità di un sistema in larga misura “ombra”, in cui si nascondono questioni problematiche come quella della marea di derivati tossici che ingolfa i bilanci di Deutsche Bank.

Dietro il lungo rinvio della Brexit vi è certamente anche la ricerca di una quadra sul tema. L’Esma, l’autorità europea sugli strumenti finanziari di mercato, ha dichiarato più volte che la Lch potrà continuare a trattare i derivati dell’Unione (un quarto della massa di 3mila miliardi gestiti ogni giorno dalla camera di compensazione inglese) finché vi sarà concordanza tra le rispettive normative. Ma un “no deal” rimetterebbe sul tavolo l’intera questione, specie perché i requisiti europei in termini di trasparenza cozzano con il “convitato di pietra” della questione, l’autorità americana Commodities Futures Trading Commission (Cftc), che collega le borse di Londra e Chicago. La Cftc tratta i derivati di natura energetica e garantisce a Londra di avere un ruolo determinante come camera di compensazione dei titoli denominati in dollari.

La soluzione appare destinata a protrarsi in un muro contro muro. I derivati europei sono certificati secondo il diritto privato inglese sotto l’egida dell’International Swaps and Derivatives Association (Isda), e per le banche risulta difficile capire come muoversi per trovare una garanzia alternativa.

Chiedere al Regno Unito un’adesione a sistemi di regole esterni su un tema in cui la City è egemonica sarebbe problematico, per l’Ue

Al tempo stesso, è chiaro che la questione finanziaria sia primaria anche per il governo Johnson e la sua idea della “Singapore sul Tamigi“.Una soluzione di garanzia potrebbe venire dalla Borsa di Milano, controllata dal London Stock Exchange, in cui la City avrebbe gioco facile a decentrare parte della sua struttura in maniera da dare sicurezza agli investitori senza sottostare a diktat. Il governo italiano capirà le prospettive strategiche che questa possibilità aprirebbe per il Paese e l’economia?

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