Mai dal 1872, anno di inizio delle rivelazioni, l’S&P500, l’indice di riferimento di Wall Street, e le altre borse Usa hanno fatto male in termini reali come performance reali. A sottolinearlo, citato dalle agenzie americane, Michael Hartnett, Chief Investment Strategist alla divisione “Securities” di Bank of America, in una nota fatta circolare tra i clienti. Hartnett ha scritto dei rischi sistemici che corre l’economia americana di fronte alla congiuntura venutasi a creare nei mercati.

Nominalmente, nel primo semestre del 2022 l’S&P 500 è sceso di circa il 20%, poco meno del record del mercato ribassista del 1970, periodo in cui il crollo fu del 21%. Il Nasdaq Composite è sceso del 29,5%, il peggior calo di sempre. Il Dow Jones Industrial Average è sceso del 15,3%, il peggiore risultato dal 1962. Ma guardando ai dati reali, aggiornati dunque a parità di potere d’acquisto, il dato sull’S&P500, nessuna delle cui 503 società è scampata al “rosso” borsistico nel primo semestre, è il peggiore dai tempi della presidenza di Ulysses S. Grant. Addirittura, su base annua, complice il combinato disposto tra inflazione interna negli Usa, rafforzamento del dollaro sul mercato globale e crollo borsistico, situazione inedita per Washington, il dato yeart-to-date (risultato degli ultimi dodici mesi) in termini reali dell’S&P500 parla di un crollo del 50% che, come detto, non ha avuto precedenti dal 1872 a oggi.

Il “panico del 1873” con il crollo della bolla delle ferrovie, il “panico del 1907″ che segnò la crisi del sistema dominato dai robber barons del capitalismo Usa, la crisi petrolifera del 1973, il combinato disposto tra esplosione della bolla del Dot.com e post-11 settembre a inizio millennio e perfino la Grande Recessione provocarono, in quest’ottica, crolli tra il 20 e il 40%; solo lo scoppio della Grande Guerra e la Grande Depressione avevano superato quota 40% di crollo, ma la fase di bear market dell’economia Usa odierna è andata oltre.

In parte gioca il fatto, più volte ricordato su queste colonne, del fatto che si tratti dello sgonfiamento previsto da tempo di una bolla alimentata col denaro facile delle banche centrali, il quantitative easing globale, lo sdoganamento della speculazione borsistica con l’indebitamento a costo zero e i buyback azionari, accelerata durante la pandemia dal riversamento sulla finanza del denaro che non poteva entrare nell’economia reale per i lockdown e i blocchi produttivi. In seconda battuta, però parliamo della crisi di un modello di governance dell’economia globalizzata che vede negli umori della finanza il “termometro” ideale. L’economia Usa riparte, si surriscalda e genera inflazione, che a sua volta erode crescita e margini di ripresa. Tutto questo mentre i prezzi delle materie prime, negli indici compositi, segnano i massimi rialzi danneggiando diversi business: secondo la Global Investment Strategy di Bank of America, negli ultimi dodici mesi la crescita delle commodities, depurata dall’inflazione, è al +59%.

Siamo nel mondo della stagnazione secolare, del grande caos globale, della crisi del modello della crescita infinita, troppo spesso dopata dalla voracità finanziaria oggi piegatasi in ritirata funzionale ad evitare lo schianto dei mercati. Il riflusso dell’onda delle borse è fisiologico ma decisamente duro e i dati lo dimostrano. E il calo lascia presagire che possa ripetersi lo scenario di centocinquant’anni fa, quando lo sgonfiamento delle borse aprì a un crollo economico, la prima “Grande Depressione”, che si trasformò in fase di declino strutturale e durò dal 1873 al 1879. Con 65 mesi di durata consecutiva è tutt’oggi ritenuta la contrazione più lunga identificata dal National Bureau of Economic Research nella storia americana, superando la contrazione di 43 mesi della seconda, e ben più nota, Grande Depressione degli Anni Trenta. Hartnett avverte circa la possibilità che questo possa ripetersi e nelle sue analisi sottolinea che il 2022 si preannuncia, in America, come l’anno peggiore per i titoli di Stato dal 1865. I titoli di Stato sono calati di valore del 15,4% nel primo semestre. Su base annuale il ritorno reale dei titoli di Stato Usa di nuova emissione, a causa dell’inflazione galoppante, è oggi a un record negativo: -30%, mai così male dalla Guerra Civile ad oggi.

Anche Washington rischia di dover subire ciò che banche come Morgan Stanley e Nomura prospettano come plausibile per Ue e Regno Unito nel 2023, ovvero una spirale recessiva. Di recente un sondaggio condotto dal Financial Times, intervistando economisti e accademici, ha previsto la recessione dell’economia americana per il 2023. In una fase in cui la Fed sta alzando i tassi e, per la fase post-pandemica e la guerra in Ucraina, inflazione energetica e produttiva da un lato e incertezze economiche strutturali dall’altro minano ogni riflessione sul futuro per gli Usa il rischio è di incamminarsi su un territorio inesplorato, verso un dirupo profondo. E, si sa, quando l’economia americana starnutisce il mondo prende il raffreddore: dall’evoluzione del contraccolpo della ripresa americana post–Covid, insomma, sapremo nei prossimi anni se il destino del mondo sarà quello di una recessione di taglia planetaria come nel 1929 o nel 2007-2008. A cui adesso sembrano esserci poche contromisure.

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