Nelle ultime settimane i sussulti in borsa in tutto il mondo hanno aperto una fase di conclamata crisi del modello di governance economico-finanziaria in auge nell’ultimo decennio.

Questi dieci anni di liquidità a pioggia garantita dal quantitative easing globale stimolato dalle banche centrali di tutto il mondo hanno annaffiato i sistemi finanziari di una massa di denaro terminata tutta nel gioco delle tre carte dei buybacks azionari, nell’accumulazione speculativa di una quantità di debiti privati senza precedentinella dilatazione dei dividendi e in un continuo scollamento dell’economia reale dal gioco di borsa.

La grande massa di liquidità e l’aumento della concentrazione finanziaria dei grandi gruppi di tutto il mondo ha inoltre alimentato una dilatazione dei processi di fusione e acquisizione (mergers and acquisitions, M&A) attraverso cui grandi gruppi si consolidano in strutture comuni o si rilevano reciprocamente la struttura.

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a ventidue processi di M&A dal valore pari o superiore ai 50 miliardi di dollari nei sistemi finanziari di tutto il mondo. Di questi, pochi hanno preso la strada di un effettivo consolidamento operativo o di filiera funzionale ai requisiti di business dei gruppi coinvolti (pensiamo all’operazione Luxottica-Essilor del 2017 o all’acquisizione di Monsanto da parte della tedesca Bayer nel 2016). La maggior parte di queste manovre ha preso la forma di giochi di consolidamento finanziario volti a approfittare del momento favorevole in borsa, ad annunciare M&A funzionali all’aumento del valore in borsa, delle azioni e dei conseguenti dividendi dei gruppi coinvolti.

Non a caso gli M&A sono risultati dominanti nella borsa di Wall Street, capitale globale della nuova festa della finanza: la vendita del 45% di Verizon Wirless alla controllante Usa da parte di Vodafone (2013, 130 miliardi di dollari), l’acquisto di DuPont da parte di Dow Chemichal (2015, 130 miliardi di dollari) e la fusione tra United Technologies e Raytheon (121 miliardi di dollari, 2019) sono stati i tre affari più importanti del decennio e hanno coinvolto, nessuno escluso, unicamente gruppi a stelle e strisce.

La fase attuale, con le economie internazionali messe a dura prova dal coronavirus e dalla conseguente incertezza globale, e l’ottovolante borsistico hanno posto un freno a tali processi. Come fa notare il Financial Timesinfatti, ovunque nel mondo gli M&A rallentano e le aziende in campo si interrogano sulla loro reale necessità. Negli Stati Uniti, anche per un rallentamento dei controlli dei regolatori, è ferma la fusione tra Amazon e Deliveroo, in Europa Bruxelles ha rallentato il processo di regolamento degli M&A del gruppo della Borsa di Londra (che ha completato un offerta da 27 miliardi di dollari per la società finanziaria Refinitv), del gruppo industriale francese Alstom (intenta in un’offerta da 8,2 miliardi per la divisione treni di Bombardier) e del duo Fca-Peugeot.

Quest’ultimo processo, non privo di implicazioni strategiche per il settore auto, risulta ora dimidiato nel valore dopo la decurtazione complessiva della capitalizzazione dei gruppi coinvolti, inizialmente pari a 50 miliardi di dollari. Come sottolinea Il Sole 24 Oreper Fca “se l’operazione di fusione con Psa resta confermata nonostante le condizioni attuali dei mercati, i tempi potrebbero allungarsi vista l’emergenza coronavirus”. Dopo la crisi tra le conseguenze fondamentali per il mondo economico-finanziario potremmo avere, finalmente, un ridimensionamento degli M&A puramente “speculativi” a favore di quelli più radicati nell’operatività quotidiana industriale. Il caso Fca-Peugeot è uno di questi: non accelerare ora potrebbe essere la condizione fondamentale per un matrimonio più ordinato più avanti. E per una riduzione delle operazioni più spericolate di fusione dettate unicamente dalla foga di capitalizzazioni crescenti.

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