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L’economista bulgara Kristalina Georgieva è stata scelta come nuova direttrice del Fondo monetario internazionale (FMI) e succederà così a Christine Lagarde, destinata ad assumere la presidenza della Banca centrale europea. La Georgieva, 66enne, è reduce dall’esperienza alla Banca mondiale, di cui è stata amministratrice delegata ed assumerà l’incarico quinquennale a partire dal primo di ottobre. Era l’unica candidata e questo ha facilitato la scelta del Board del Fondo. A capo dell’Fmi, sin dalla sua creazione nel 1945, viene tradizionalmente posto un cittadino europeo e il limite massimo di età per l’assunzione dell’incarico, che è di sessantacinque anni, è stato modificato in questo caso dal Board. La nuova direttrice ha goduto, sin dall’inizio, dell’appoggio del presidente francese Emmanuel Macron e ha poi visto il suo supporto estendersi anche ad altri Paesi dell’Unione europea ed (in forma tacita) agli Stati Uniti.

Una storia di successi

Kristalina Georgieva ha avuto esperienza diretta del socialismo, essendo nata e cresciuta nella Bulgaria marxista della Guerra fredda e successivamente si è schierata politicamente nell’ambito del centrodestra. È nota per essere una sostenitrice dell’eguaglianza di genere e della lotta al cambiamento climatico ed è inoltre la prima persona proveniente da un Paese emergente ad assumere questo incarico e ciò rappresenta un’importante novità. L’economista bulgara ha affermato che la sua priorità sarà quella di aiutare tutti i 189 Stati membri dell’FMI a minimizzare i rischi e che il ruolo che ricoprirà è gravido di responsabilità, a causa degli insoddisfacenti tassi di crescita delle economie mondiali,  delle guerre commerciali in atto (su tutte quelle tra Washington e Pechino) e degli alti tassi di indebitamento di molte nazioni. Secondo alcuni osservatori la Georgieva avrebbe, rispetto a Christine Lagarde, una maggiore esperienza di economie in via di sviluppo ma una minore familiarità con i problemi di crescita dei Paesi industrializzati.

Le sfide

Il lavoro del Fondo monetario internazionale è destinato ad incontrare molte incognite. L’economia mondiale sta rallentando e secondo le stime dello stesso Fondo  crescerà, nel 2019, di appena il 3.2 per cento contro il 3.6 per cento del 2018 ed il 3.8 nel 2017 e questo comporta il rischio che sempre più nazioni chiedano prestiti per stabilizzare i propri sistemi finanziari. L’Argentina, che ha ricevuto nel 2018 un prestito record di 56 miliardi di dollari, sarà uno di quei Paesi che non contribuirà a rasserenare le attività della Georgieva. Buenos Aires vive una crisi sempre più nera, ha imposto forme di controllo dei capitali e ha deciso di ristrutturare il proprio debito. L’inflazione galoppante e la svalutazione del Peso rischiano di mettere in ginocchio e spingere al default uno dei principali debitori dell’Fmi. Il Pakistan è un altro Stato che, per evitare il collasso finanziario, ha avuto bisogno dell’aiuto del Fondo e di un prestito di 6 miliardi di dollari. La difficile situazione economica del Paese richiede l’attuazione di stringenti riforme per registrare un miglioramento ed ottemperare alle indicazioni esterne, ma potrebbe mancare la volontà politica di Islamabad. L’Ucraina, le cui prospettive sono in ripresa dopo l’elezione del presidente Volodymyr Zelensky, è destinata a rimanere nella lista degli Stati che necessiteranno del supporto e di prestiti dell’Istituzione per evitare sviluppi pericolosi. Le macro tensioni economiche su scala mondiale sono poi destinate a provocare tensioni e ripercussioni sulle attività del Fondo e della sua neo direttrice. Su tutte la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, di certo destinata a proseguire sotto la presidenza di Donald Trump e che vede le due più grandi economie del globo affrontarsi senza esclusione di colpi. L’approccio multilaterale che, necessariamente, deve essere adottato dal Fondo monetario internazionale rischia di venire travolto dalla disputa e la stessa istituzione di venir tirata per la giacca in un senso o nell’altro. L’imprevedibilità dei mercati finanziari e l’emergere di nuove crisi politiche potrebbe, infine, contribuire a rendere ancora più complesso lo scenario mondiale ed a generare problematiche che dovranno essere affrontate in maniera tempestiva.

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