Nella giornata del 21 novembre Philip Lane, capo economista della Banca centrale europea, ha dichiarato che a dicembre l’Eurotower promuoverà nuovi rialzi dei tassi e che l’aggiornamento di inizio inverno “non sarà l’ultimo”.

Nella giornata del 27 ottobre la Bce, con il terzo giro di vite sui tassi da giugno a oggi, ha deciso una nuova, consistente stretta di 75 punti base, per la seconda volta maggiore alla prima che li aveva aumentati dello 0,5%. L’Eurotower e Christine Lagarde sono intervenuti facendo salire i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento nel mercato primario, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi degli istituti dell’area euro la banca centrale rispettivamente al 2%, al 2,25% e all’1,50%. Livelli massimi da prima della crisi dei debiti sovrani.

L’era di Mario Draghi e il quantitative easing sono dunque pienamente alle spalle. E le parole di Lane certamente tradiscono lo scarso entusiasmo del capo-economista irlandese, fautore dell’applicazione materiale del Qe e degli interventi monetari anti-pandemici degli scorsi anni. Robert Holzmann, governatore della Banca nazionale austriaca e membro del consiglio direttivo della Bce, si è espresso col Financial Times a favore di un nuovo rialzo di 75 punti base per contenere l’inflazione galoppante in Europa e anche le Banche centrali di Olanda, Germania e Finlandia sarebbero pronte a appoggiare la sortita dell’economista di Vienna. Ma ad oggi la “sforbiciata” attesa all’inflazione non c’è stata nonostante un brusco salto dei tassi a livelli che non si vedevano dal 2011.

La verità è che la Bce si sta muovendo senza una vera traccia avendo perso il pallino del gioco a favore della Federal Reserve Usa. La Federal Reserve statunitense, la Banca d’Inghilterra e gli istituti di Australia, Norvegia, Canada, Svezia e Svizzera hanno avviato una stretta volta in larga parte dei casi a compensare eccessi di una domanda surriscaldata e contenere la velocità della circolazione del denaro nel sistema finanziario. L’Europa sconta invece un’inflazione alimentata dalle fragilità sul fronte dell’offerta, principalmente di materie prime, e deve confrontarsi con una problematica strutturale nella sua ripresa a tutto campo. Legata a fattori produttivi come l’energia o le materie prime decisive per i progetti di Next Generation Eu sulla determinazione dei cui prezzi il mercato più grande al mondo non riesce a toccare palla.

Tra i leader europei Giorgia Meloni e Emmanuel Macron hanno rilanciato la necessaria sinergia Roma-Parigi per chiedere uno stop a politiche monetarie troppo aggressive che possono deprimere la domanda e appesantire i problemi del sistema finanziario.

Anche una testata molto sensibile agli umori dei mercati come il Ft ha sottolineato che a causa dei duri rialzi dei tassi (i due da 75 punti della Bce sono stati i più bruschi nei 24 anni di storia dell’istituto) nel mercato comunitario “sono emersi molti segnali di calo della produzione”, inseriti in un trend generale dell’Occidente. Gli indici dei responsabili degli acquisti di S&P Global, infatti, “hanno indicato una recessione più profonda per Stati Uniti, Regno Unito e Eurozona in ottobre. L’indice globale dei nuovi ordini è sceso al livello più basso dalla primavera 2020, al culmine della pandemia”. I livelli di fiducia dei consumatori e delle imprese “sono vicini ai minimi storici in molti paesi, poiché l’elevata inflazione e l’impennata dei costi di finanziamento dopo il round di forti aumenti dei tassi hanno colpito la spesa delle famiglie e delle imprese”.

La Germania in Ue “vede” la recessione in cui rischia di sprofondare, fuori dalla comunità dei Ventisette, anche il Regno Unito. L’era delle banche centrali, dopo la fase di salvataggio dalle morse dell’austerità e la successiva e continua corsa al “denaro facile” che ha dopato i mercati fino a pochi mesi fa, proseguirà con l’accelerazione della “regressione” verso una nuova, dannosa, austerità? Il vento che soffia dall’America incita al rialzo dei tassi, l’Europa segue acriticamente ma senza una vera strategia, la politica fiscale segue: il ritorno di fiamma dei falchi come Valdis Dombrovskis e della loro domanda di rigore contabile è l’altra faccia della medaglia di una corsa dei tassi che mette a repentaglio l’Unione Europea principalmente per le politiche fallimentari di ieri che rischia di legittimare nuovamente. Uno scenario che in tempi di crisi energetica e incertezza l’Europa non può permettersi.

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