Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da una crescente animosità tra Stati Uniti e Cina; dalle accuse sui presunti favoreggiamenti delle autorità cinesi al contagio legato alla pandemia di coronavirus, che gli Usa ritengono esser stato favorito dal lassismo di Pechino, alle questioni più meramente strategiche gli ultimi mesi hanno segnato una vera e propria escalation. La rivalità tecnologica tra i due giganti prosegue più calda che mai; tra azioni muscolari nel Mar Cinese Meridionale, enigmatici aerei spia e il braccio di ferro su Hong Kong il clima è quello di una nuova Guerra Fredda. E su questo tema l‘amministrazione Trump sta battendo fortemente, soprattutto per convincere i Paesi storicamente alleati di Washington a seguire la logica della scelta di campo nei confronti della Cina.

Tra questi c’è sicuramente l’Italia, paese che, come abbiamo avuto modo di analizzare recentemente, è stato una destinazione privilegiata per i capitali e gli interessi politici cinesi. E di conseguenza va visto anche come un ammonimento al nostro Paese affinchè non travalichi le linee rosse di una decisa sinergia con Pechino il rafforzamento del processo sanzionatorio statunitense contro alcune aziende-chiave dell’economia cinese. Ventiquattro società hanno ricevuto una serie di limitazioni sulle esportazioni negli Usa e sulla concessione dei visti su iniziativa assunta congiuntamente dai Dipartimenti di Stato e del Commercio dell’amministrazione Trump per il loro presunto coinvolgimento nelle manovre di rafforzamento militare e di espansione geopolitica di Pechino nel Mar Cinese Meridionale.

Certo, la ratio è sicuramente strumentale (è come se Pechino sanzionasse aziende Usa attive nel Mar dei Caraibi) e le accuse generiche (“corruzione, predazione finanziaria, distruzione ambientale”), ma conta il dato politico: Washington accelera sulla guerra economica. E molte aziende colpite dalle sanzioni sono legate a China Communications Constructions Co. (Cccc), esplicitamente citata dal Segretario di Stato Mike Pompeo come azienda problematica. Colpire Cccc è un avvertimento anche per l’Italia: la società infrastrutturale con partecipazione pubblica è infatti estremamente attiva nella ricerca di una base italiana in un porto strategico, da cui sviluppare la partnership sino-italiana sulle rotte della “Nuova via della seta“.

Oltre un anno fa, ai tempi della firma del memorandum italo-cinese ad opera del primo governo Conte, il portavoce del National Security Council Garrett Marquis ammonì l’Italia sulle Tlc e sui porti: “L’Italia è un pilastro della Nato. Se il vostro Paese firma il memorandum, non ci saranno conseguenze sull’alleanza atlantica. Tuttavia siamo seriamente preoccupati per le conseguenze dell’operatività dell’alleanza, specialmente con riguardo alle comunicazioni e alle infrastrutture fondamentali per sostenere le nostre iniziative miliari comuni”. Marquis pensava a Genova e Trieste, i porti che l’azienda, attiva in Italia nei due grandi scali con diversi importanti investimenti, mira a rafforzare e valorizzare in maniera simile a quanto fatto da Cosco nel più piccolo terminal di Vado Ligure. 

A marzo e a novembre 2019, rispettivamente, i porti di Genova e Trieste hanno siglato dei memorandum con Cccc per progetti di crescita infrastrutturale e potenziamento logistico. In particolare, scrive l’Ispi, Cccc è “interessata  alla nuova piattaforma logistica dello scalo della regione Friuli Venezia Giulia. L’opera riguarderà investimenti per attrezzare banchine e piazzali oltre alla realizzazione di una grande piastra ferroviaria dove sarà possibile formare treni merci lunghi 750 metri. L’idea è quella di sviluppare piattaforme logistico-industriali per facilitare i rapporti tra le piccole e medie imprese (Pmi) italiane e la Cina”.

Le sanzioni Usa contro date compagnie cinesi sono da intendere come “linee rosse”: proseguire nel fare affari con esse nei rami più strategici, come insegna il caso Huawei, può creare forti incomprensioni. Può piacere o no, ma è la logica del confronto di potenza, in cui l’Italia deve andare a ruota. Come valorizzare la nostra posizione in un confronto tanto muscolare? Innanzitutto capendo come gestire la relazione con le grandi potenze senza oscillare tra lassismo verso la Cina e un atteggiamento fatto da insubordinazioni e bruschi richiami all’ordine nei confronti di Washington. Serve maggiore organicità e progettualità politica, serve capire l’importanza di strumenti come il golden power per scrutinare ogni investimento straniero. Infine, serve ricordare di essere strategici: la Cina, ad esempio, ha capito meglio dei governanti italiani stessi la necessità di valorizzare il sistema dei porti attorno a un numero ridotto di hub d’eccellenza; la proiezione mediterranea e il ruolo nelle rotte commerciali resteranno tali indipendentemente dalla provenienza dei fondi investiti nel Paese. Un elemento che Roma deve spendere per alzare il proprio potere contrattuale con Washington, evitando di subire in futuro moniti ben precisi come le sanzoni a Cccc-

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