Alle elezioni presidenziali americane manca più di un anno, ma parlare di rielezione di Donald Trump, checché ne pensino gli analisti liberal, non è più un tabù. Dalla parte del tycoon c’è la storia recente degli Stati Uniti: da Ronald Reagan in poi, solo George Bush padre non è rimasto in carica per due mancati consecutivi. È presto per parlare di prassi elettorale consolidata, ma una tendenza trentennale esiste. Poi c’è un fattore legato al campo avversario: guardando in casa degli asinelli, non sembrano essere scesi in campo candidati in grado di sbarcare il lunario.

The Donald si è detto convinto che alla fine della fiera sfiderà uno tra Bernie Sanders e Joe Biden. Non è detto, Pete Buttigieg su tutti sembra davvero in rampa di lancio, ma chiunque vinca le primarie democratiche sarà costretto a confrontarsi con l’inattaccabilità delle statistiche sull’economia a stelle e strisce. Abbiamo già parlato della parabola ascendente dei tassi di crescita. Abbiamo pure avuto modo di analizzare il conseguimento della “piena occupazione”.

Chi chiedeva al presidente degli Stati Uniti di uscire dalla palude del dopo-crisi, non può che essere soddisfatto. Perché, tra qualche mese, il Midwest non dovrebbe confermare la fiducia accordata quattro anni fa? Magari per la narrativa mediatica che è stata costruita attorno  alla figura del magnate. La “regina” delle prove, quella sulla non affidabilità come presidente, sarebbe dovuta passare dal Russiagate, ma il caso – come saprete – si è sostanzialmente chiuso con un nulla di fatto. L’underdog, cioè colui che sfiderà Trump alle presidenziali, non avrà troppe maniglie cui appigliarsi. Magari usciranno altri scandali, ma basteranno a convincere gli elettori?

Un articolo di Paola Tommasi, pubblicato su Libero, ha chiarito come dalle parti del Casa Biancaregni l’ottimismo. Il fattore frapposto tra The Donald e la sua vittoria elettorale sembra essere solo il tempo che manca a novembre del 2020: la politica americana ci ha abituato a continui cambi di paradigma, spesso prodotti da eventi non pronosticabili. Questo è uno dei pochi motivi per cui pronunciarsi in maniera così anticipata non conviene. Geopoliticamente parlando, ancora, vale la pena sottolineare come il tycoon abbia, almeno per ora, rispettato quel canovaccio secondo cui gli Stati Uniti avrebbero smesso di esportare il loro modello politico nei fronti caldi del mondo.

L’immagine di Barack Obama, in relazione al pacifismo e al non interventismo, è stata parecchio offuscata da questi primi quattro anni a trazione trumpiana. Il fronte di oggi è quello commerciale. La Cina di Xi Jinping è il competitor individuato per il futuro. A chi si affideranno gli americani? Alla dottrina forte di Donald Trump, al pensiero debole di Pete Buttigieg, alla “nuova sinistra” di Bernie Sanders o Ocasio Cortez o alla ennesima riedizione della filiera Clinton – Obama, cioè a Joe Biden? Per rispondere, in fin dei conti, basta aspettare.

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