Qual è la formula magica che ha consentito alla Cina di trasformarsi da Paese del Terzo Mondo a seconda potenza globale? È possibile rispondere alla domanda in due modi diversi, a seconda di come concepiamo l’ascesa di Pechino. Chi considera il governo cinese una minaccia per la stabilità mondiale è convinto che la crescita economica del Dragone non sia altro che una bolla destinata a esplodere in tempi più o meno brevi o, meglio ancora, un capitalismo di stato pompato di steroidi pressoché infiniti. Da questo punto di vista, lo stesso abbracciato dagli Stati Uniti di Donald Trump, la Cina avrebbe ottenuto la tanto agognata crescita affidandosi a una formula composta da debito insostenibile, clientelismo, sussidi a pioggia e furto di proprietà intellettuale.

Eppure l’economia cinese è stata danneggiata poco o niente dalla guerra commerciale mossa da Washington nei confronti di Pechino. Quella stessa Trade War, tra l’altro, che avrebbe dovuto recidere una volta per tutte i tentacoli della “piovra rossa”. Come se non bastasse, il sistema economico della Cina ha resistito alla pandemia di Covid-19, tanto è vero che il Fondo Monetario Internazionale prevede per il gigante asiatico una crescita pari all’1% nel 2020 (numeri che stridono con il – 8% affibbiato all’America). Nel frattempo Shenzen ha scalzato New York come mercato azionario più performante al mondo. Insomma, tutti segnali che lasciano presagire come la formula cinese per la crescita sia qualcosa di complesso e non ancora compreso appieno dal mondo Occidentale.

Sapersi adattare

Da quando Xi Jinping è diventato presidente della Cina, il Paese ha imboccato un percorso politico ed economico ben preciso. Gli anni delle prime riforme economiche, l’istituzione delle zone economiche speciali, l’apertura della Grande Muraglia ai mercati stranieri sotto la guida di Deng Xiaoping: tutto questo appartiene al trapassato remoto. La produzione di massa a basso costo, la “paccottaglia” spedita nei mercati europei, i falsi d’autore, tanto nell’abbigliamento quanto nell’elettronica: queste altre caratteristiche fanno invece parte del passato remoto. Xi sta letteralmente reinventando il “capitalismo di stato” per affrontare al meglio le prossime sfide.

In che modo? Puntando sui mercati finanziari e sull’innovazione tecnologica, con la regia, sempre più centrale, del Partito Comunista cinese (Pcc). Non stiamo parlando proprio dei precetti teorizzati da Milton Friedman, anche se “questo spietato mix di autocrazia, tecnologia e dinamismo potrebbe spingere la crescita per anni”, ha scritto l’Economist. Guai, quindi, a sottovalutare l’economia del Dragone come tanti attori occidentali hanno fatto negli ultimi decenni. I CEO della Silicon Valley liquidavano le aziende tecnologiche cinese come copie sbiadite dei loro colossi; gli analisti di Wall Strett sostenevano che il sistema bancario di Pechino sarebbe crollato da un momento all’altro; gli esperti di statistiche continuavano a ripetere che il pil e le altre cifre economiche diffuse dagli organi cinesi erano manipolate; infine, gli speculatori lanciavano molteplici allarmi sulle fughe di capitali.

Nessuna delle previsione citate si è avverata, e per un motivo molto semplice. Il capitalismo di stato della Cina – che i cinesi chiamano “socialismo con caratteristiche cinesi” – ha saputo adattarsi alle varie esigenze del momento, cambiando forma a seconda delle necessità. Certo, un approccio del genere porta vantaggi e svantaggi: il vantaggio principale è quello di resistere meglio degli altri agli scossoni dell’economia mondiale, lo svantaggio – soprattutto agli occhi di crede al libero mercato – è che i diktat arrivano “dall’alto”. D’altronde è stato il Pcc a far cambiare rotta al Paese, frenando sulle esportazioni (che adesso rappresentano solo il 17% del pil), accelerando sulla crescita del commercio interno e iniettando denari per far crescere i colossi tecnologici locali.

I tre elementi della “Xinomics”

Abbiamo accennato all’agenda economica di Xi Jinping. L’obiettivo del presidente è quello di innalzare le barriere contro ogni possibile minaccia. Anche perché il debito (pubblico e privato) ha sfondato il tetto del 300% del pil, certe aziende di Stato iniziano a essere insostenibili e quelle private si muovono all’interno di un sostanziale Far West. Ecco allora la Xinomics, arrivata giusto in tempo per modificare ulteriormente il sistema economico del Paese.

Tre sono i pilastri della Xinomics. Il primo fa rima con un controllo serrato tanto del ciclo economico quanto della macchina del debito. Il secondo coincide con un’amministrazione più efficiente e una burocrazia ulteriormente ridotta (al momento servono nove giorni per creare un’azienda). L’idea, non a caso, è quella di semplificare le regole per aumentare la produttività dell’economia. Il terzo e ultimo pilastro intende rendere ancora più sfumato il confine tra Stato e imprese private. In altre parole, lo Stato eserciterà un controllo strategico sempre maggiore sulle aziende private. Come? Affidandosi alle cellule di partito piazzate al loro interno.

La ciliegina sulla torta della Xinomics è la campagna Made in China 2025, con la quale il presidentissimo spera di attenuare i punti deboli della catena di approvvigionamento cinese. Quelli, per intenderci, in cui la Cina si è sempre affidata a Paesi terzi. La risposta sta in una sorta di autarchia strategica, soprattutto nelle tecnologie chiave come batterie e semiconduttori. Fin qui la Xinomics ha ottenuto buoni risultati. Resta da capire se l’agenda economica di Xi funzionerà altrettanto bene nel lungo periodo.

L’ascesa cinese: dagli anni ’90 a oggi

L’economia cinese risponde a una ferrea programmazione contenuta in appositi piani quinquennali. È questo lo strumento di politica economica adottato dai governi ad economia pianificata, ovvero in quei Paesi socialisti dove l’iniziativa economica viene per lo più gestita dagli enti pubblici. Il piano quinquennale, quindi, ha il compito di individuare gli obiettivi da raggiungere in vari settori dell’economia nel giro di cinque anni.

Per quanto riguarda il contesto cinese, uno dei piani che vale la pena analizzare – possiamo definirlo una sorta di spartiacque – è l’ottavo, quello che abbraccia il periodo compreso tra il 1991 e il 1995. Pechino decise infatti per la prima volta di sviluppare le strutture industriali per raggiungere gradualmente la modernizzazione. Facendo un balzo in avanti, nell’undicesimo piano (2006-2010), si iniziava a parlare di automobili elettriche, bioindustria, circuiti integrati ed energie rinnovabili; nel dodicesimo, addirittura dell’internet delle cose mentre nel tredicesimo di reti 5G. Oggi la Cina, di cinque anni in cinque anni, è arrivata quasi sul tetto del mondo. E non sembra avere alcuna intenzione di interrompere la sua corsa.

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