Come sta l’economia degli Stati Uniti? A sentire gli ultimi proclami di Donald Trump, il Paese naviga a gonfie vele su mari dorati. A settembre l’economia americana ha creato 136mila nuovi posti di lavoro, meno rispetto ai 145 previsti ma comunque una cifra notevole. La disoccupazione intanto è scesa al 3,5%, cioè al livello più basso dal 1969 a oggi. “Il tasso di disoccupazione – ha twittato Trump – è ai minimi da 50 anni. Wow, America, lascia che il tuo presidente venga messo in stato di accusa (anche se non ha fatto nulla di sbagliato!)”. Allargando lo zoom sugli Stati Uniti notiamo come il Paese abbia da poco superato il ciclo di espansione economica più lungo della sua storia, superando il record di 120 mesi consecutivi compresi tra il marzo 1991 e il marzo 2001. L’attuale striscia positiva, secondo il National Bureau of Economic Research, dura dal giugno del 2009; da allora il Pil americano è cresciuto del 25% e la disoccupazione è calata ai minimi termini. È evidente che The Donald voglia prendersi i meriti di questa crescita all’alba della devastante crisi finanziaria del 2007.

Il rischio degli Stati Uniti

Qual è, dunque, il problema? Come ha scritto il Wall Street Journal, l’economia degli Stati Uniti starà pure attraversando un ottimo momento di forma, ma il fatto è che l’economia globale non sta facendo altrettanto. Il titolo dell’articolo a firma del principale commentatore economico del giornale, Greg Ip, è emblematico: “Il mondo sta affossando l’economia americana”. In passato, scrive Ip, la regola cui era sottoposta l’economia globale era semplice: gli Stati Uniti comandavano e dettavano legge, e tutti gli altri Paesi risentivano delle oscillazioni economiche di Washington, fossero state positive o negative. Alcuni esempi: i tassi di interesse nel 1981, la bolla tecnologica del 2001, la crisi dei mutui nel 2008. In tutti questi casi furono gli Stati Uniti a trascinare gli altri Paesi in recessione, non, viceversa, come invece rischia di accadere oggi.

Effetto a catena

Gli Stati Uniti non sono in recessione ma il suo settore manifatturiero è in affanno e l’economia globale ha rallentato. Se a questi tre assunti aggiungiamo la guerra dei dazi, il quadro di una possibile debacle americana può iniziare a essere immaginato. Le tariffe che si sono abbattute sulla Cina hanno colpito indirettamente anche la Germania, la cosiddetta locomotiva d’Europa. I dazi hanno indebolito il potere di acquisto dei consumatori cinesi, che nel frattempo hanno smesso di foraggiare il settore automobilistico tedesco, il quale puntava forte sull’ex Impero di Mezzo. Molto presto le crepe dell’economia tedesca potrebbero creare una voragine capace di inghiottire l’intera Eurozona. A quel punto gli Stati Uniti, non potendo commerciare normalmente con la Cina e rischiando di perdere l’Unione Europea, si ritroverebbero isolati e in balia dello spettro di una recessione.

La tempesta perfetta

Storicamente Washington è sempre stata immune dalle crisi straniere, in parte perché le esportazioni hanno sempre costituito una piccola parte della sua economia e in parte perché i suoi mercati finanziari sono sempre stati influenzati da quanto avveniva all’interno degli Usa. Tutto questo è cambiato, perché oggi gli Stati Uniti dipendono molto più dal commercio che non in passato. Di conseguenza, le tariffe di Trump non fanno altro che provocare danni anche all’economia statunitense. Già, perché il calo delle vendite di auto tedesche in Cina e il crollo della manifattura tedesca sono tra loro collegate più di quanto si possa immaginare, ma sono collegate anche all’altrettanto evidente crollo dell’export manifatturiero americano.

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