I dazi sono un’arma a doppio taglio. Quando uno Stato decide di imporre tariffe aggiuntive sull’esportazione di determinati beni, lo fa per creare una barriera in campo economico, ma soprattutto per difendere determinati settori strategici dall’afflusso di beni o prodotti provenienti dall’estero. In poche parole, il dazio provoca un aumento dei costi che dovrebbe scoraggiare un Paese a importare quelle merci. Il caso più emblematico è rappresentato dalla guerra dei dazi attualmente in corso tra Stati Uniti e Cina, con Donald Trump che ha bombardato di dazi l’economia cinese, provocando la reazione speculare del Dragone.

Il protezionismo può essere utile, come nel caso americano, per difendersi dalla concorrenza cinese sleale e a basso costo ma alla lunga, in un’economia globalizzata, gli svantaggi rischiano di superare i vantaggi. Sempre considerando il contesto statunitense, i dazi sui prodotti made in China hanno spinto Pechino ha imporre altrettanti dazi sui prodotti agroalimentari americani, provocando le proteste degli agricoltori dell’America Profonda, gli unici a rimetterci in prima persona con ingenti perdite.

In arrivo la guerra dei dazi tra Stati Uniti ed Europa

Pochi giorni fa l’Organizzazione mondiale del commercio ha deciso che gli Stati Uniti possono imporre dazi su merci provenienti dall’Unione europea per un valore complessivo di 6,8 miliardi di euro all’anno. Trump – e lo si è capito anche nel confronto con Mattarella– sta infatti pensando di adottare alcune misure protezioniste per difendere la propria economia dalla concorrenza proveniente dal Vecchio Mondo. Le cancellerie di mezza Europa hanno subito gridato allo scandalo, puntando il dito contro quel diavolo sovranista di Trump. Lo pensano tutti, anche i politici italiani come Renzi e Zingaretti. Come sottolinea La Verità, c’è preoccupazione per il possibile ritorno alla concorrenza tra Stati, proprio come accadeva nel secolo scorso. Appare alquanto bizzarro che a protestare contro la decisione di Trump siano anche i ministri dell’Economia di quei Paesi che sono stati i primi a concedere aiuti statali al consorzio Airbus ai danni della statunitense Boeing. Stiamo parlando, in particolare, di Olaf Scholz, ministro delle Finanze della Germania, e di Bruno Le Maire, omologo francese assegnato allo stesso ministero.

I dazi dell’Ue

Non è da meno la Commissione europea, che si è detta contrariata della scelta degli Stati Uniti di adottare dazi. Eppure, l’Unione europea dimostra di avere la memoria corta. Già, perché la stessa Ue applica centinaia di tariffe su una svariata quantità di prodotti provenienti da altrettanto svariati Paesi con i quali non esistono accordi specifici. Ecco alcuni esempi piuttosto lampanti: il tabacco ha dazi medi del 44,7% mentre le carni lavorate arrivano al 18%; alcune specie di frutta toccano il 17,5%, quindi troviamo crostacei e molluschi (81,8%), alcune varietà di tuberi (8,5%), zucchero (6,8%) e alluminio (6,4%). Non mancano, inoltre, beni come calzature, fertilizzanti, abbigliamento, metalli e anche animali vivi. Sorge una domanda: perché l’Europa si lamenta dei dazi di Trump se è lei stessa la prima ad adottare l’arma delle tariffe per difendere la propria economia? I piagnistei che si stanno alzando in tutto il Vecchio Continente possono facilmente essere scambiate per lacrime di coccodrillo.

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