La Cina ora lancia i petro-yuan: l’era del dollaro verso la sua fine? Yinchuan, città da poco più di 1,5 milioni di abitanti e quindi di media grandezza per gli standard cinesi, è attualmente teatro di un importante forum economico tra la Repubblica Popolare e i Paesi arabi. L’agricoltura, le nuove tecnologie e i programmi bilaterali di investimento saranno centrali nei dialoghi del quarto China-Arab States Expo che animeranno la sonnolenta città industriale della Cina centrosettentrionale.

L’evento, parallelo alla conferenza sulla “Online Silk Road” di Ningxia, rappresenta uno step ulteriore dell’avvicinamento politico ed economico della Cina ai Paesi del mondo arabo. Cruciali per la strategia geopolitica e geoeconomica di Pechino per una vasta gamma di ragioni.

In primo luogo, commercio e investimenti. Come fa notare The Diplomat, Pechino punta a implementare gli obiettivi del memorandum sul dialogo strategico sino-arabo siglato a giugno ad Abu Dhabi che, nel classico gergo diplomatico dei documenti di matrice cinese, si focalizza sulla “partnership strategica” e sulla “cooperazione per uno sviluppo comune ” e duraturo. La Cina mira ad attrarre investimenti dai Paesi arabi più ricchi sui progetti della Nuova Via della Seta, a valorizzare tramite il commercio le sue necessità logistiche e, soprattutto, a coinvolgere a pieno organico quegli Stati strategici per le rotte commerciali terrestre e marittime dei suoi progetti. Non a caso, in questo comparto la Cina di Xi guarda in particolare a Emirati Arabi e Marocco. Nei primi Pechino sta investendo profondamente per sviluppare la sua presenza digitale nel Paese e, al tempo stesso, i suoi colossi hanno quote di mercato rilevanti nello Stato che presenta la più alta spesa pro capite al mondo per dispositivi elettronici, mentre prosegue la sinergia con l’autorità portuale di Dubai per sviluppare scali oltre i confini del Golfo.

Nel secondo, invece, la Cina ha sviluppato un vero e proprio capolavoro di logistica finanziando la costruzione di Tanger Med, lo scalo portuale che dopo dodici anni di lavoro e investimenti è pronto a movimentare flussi di merci per 9 milioni di container e 30 miliardi di euro, posizionando strategicamente uno scalo chiave per le vie della seta a due passi dallo stretto di Gibilterra.

In secondo luogo, la Cina cerca spazio per rafforzare il suo inserimento valutario ai vertici dell’economia mondiale. I titoli di vendita di petrolio e gas naturale denominati in yuan darebbero una svolta alla pervasività della divisa cinese: rafforzare i legami bilaterali è dunque funzionale a questa strategia di Pechino, a cui guarda soprattutto l’Arabia Saudita prossima alla quotazione del gigante Aramco.

In terzo luogo, i Paesi arabi completano un tassello regionale di amicizie politiche che Pechino estende anche ad attori in aperta conflittualità tra di loro come Iran e Israele, coinvolti a diverso titolo nei progetti di investimento e interessati all’ascesa della Repubblica Popolare per cercare nuovi mercati dell’industria d’avanguardia (Israele) o rafforzare il ruolo di piattaforma strategica degli assi euroasiatici (l’Iran).

Infine, un mondo arabo pro-Cina è per Pechino la migliore garanzia contro un aumento della pressione internazionale contro la repressione nei confronti della minoranza musulmana degli uiguri nella strategica regione dello Xinjiang. Il Jerusalem Post fa notare che tra i Paesi più favorevoli ad assecondare le misure limitative delle libertà nella regione vi sono diversi Stati arabi, dall’Egitto all’Arabia Saudita. Gli affari, una volta di più, battono la solidarietà morale o religiosa: e c’è da stare certi che l’expo sino-arabo sia stato organizzato, tra le altre cose, per invitare i leader arabi a perseverare in questa scelta di campo.

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