Da potenza di fuoco a fuoco di paglia: in una battuta si potrebbe condensare così l’evoluzione delle aspettative del governo italiano circa il sostegno del Recovery Fund alla manovra 2020. Dapprima presentata come ben ordinata, in grado di indicare nel dettaglio i prossimi ingressi di miliardi europei negli anni a venire. Tutto, chiaramente, in sostituzione del deficit, considerato l’arma decisiva contro la crisi e per la ripresa. Ora, invece, costretta a una brusca retromarcia dopo che, come avevamo anticipato, i ritardi europei su Next Generation hanno costretto alla riscrittura della Nota di aggiornamento al Def e messo un forte dubbio sui finanziamenti comunitari. Sicuramente non disponibili fino alla seconda metà del 2021.

Ora, il governo giallorosso ha visto raffreddati i facili e prematuri entusiasmi ed è stato costretto a un’acrobazia contabile e politica. Il pomposo “Piano nazionale per la ripresa e la resilienza” (Pnrr), frutto dell’elaborazione avviata dagli altrettanto pomposi “Stati generali” del governo Conte, nelle bozze della manovra è indicato destinato ad avere una “dotazione di XXX milioni di euro per l’anno 2021”. Tre enigmatiche X che certificano quanto ci eravamo detti e le critiche emerse fino ad ora: la manovra italiana era un libro dei sogni, con le sue minuziose indicazioni di spese di fondi europei precise al centesimo, e rappresenta una scelta politicamente ed economicamente criticabile aver pensato al Recovery Fund come sostituto della spesa in deficit in assenza di certezze sui tempi e le modalità di erogazione dei fondi, come fatto notare da due economisti, Mario Seminerio e Gustavo Piga, certamente non sospettabili di essere “ultrà” sovranisti o populisti.

La Nota di aggiornamento al Def si è proposta di inserire cifre certe che la legge reale prossima a essere discussa in Parlamento camufferà con numeri vuoti. Come successo già più volte in passato, si rischia di mandare alle Camere una manovra di intrattenimento completamente diversa da quella reale nell’attesa che il negoziato comunitario, recentemente sbloccato dall’accordo sul bilancio comune 2021-2027, produca qualcosa di sistemico e presentabile. Normalmente si puntava a ottenere il via libera sul deficit italiano, oggi ai fondi previsti come entrate nel prossimo anno dai programmi europei. Si naviga a vista e Roberto Gualtieri, non avendo sino ad ora spinto sull’acceleratore del deficit, non sa più in che direzione volgere lo sguardo per camuffare l’approssimazione delle ultime settimane.

Giovanni Tria, economista e predecessore di Roberto Gualtieri a capo del Tesoro, che in un recente editoriale pubblicato su Il Sole 24 Ore ha fatto notare che “L’espansione di bilancio pubblico necessaria per il 2021 deve essere molto più ampia di quella programmata con la Nadef ed il Documento Programmatico di Bilancio (deficit/Pil 7%)” e che come Piga ha fatto più volte notare Gualtieri prova a coprire puntando più verso l’equilibrio contabile che verso la ripresa reale. “L’Italia”, ha fatto notare Tria, “ha accesso ai mercati a tassi negativi fino alla scadenza di cinque anni e la Bce compra a piene mani sul mercato secondario, assorbendo quasi per intero le emissioni nette del Tesoro”, e “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire” le novità del contesto economico.

Dapprima il governo è andato a rilento sulle emissioni di Btp, poi non ha avviato programmi strategici di lungo periodo, preferendo i bonus a pioggia, senza sfruttare il deficit; ha poi demandato a piani Ue assai complessi lo stimolo a un reale progetto per la ripresa, trovandosi però scoperto nel momento in cui ha rinunciato a stanziare fondi e disponibilità proprie per organizzarlo senza dipendere da Bruxelles. Si attende il Recovery Fund come si attende Godot, dimenticando che non sarà un pasto di gala, mentre nel resto d’Europa tutti, dal governo di sinistra spagnolo a quello tedesco di larga coalizione, puntano sul deficit nazionale. E tre X vanno bene anche per coprire le reali aspettative di un esecutivo che, tra seconda ondata del Covid-19 e recessione, appare sempre meno capace di controllare la situazione politica.

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