Lockdown produttivi legati allo tsunami dei prezzi energetici? Un rischio non più remoto. Gli episodi di chiusure temporanee di attività industriali a causa dell’aumento di gas, elettricità e altre fonti di alimentazione si stanno moltiplicando, in Italia e non solo, in diversi contesti. Mentre l’inflazione energetica si dilata continuamente e le prospettive della ripresa globale si fanno sempre più incerte, diversi comparti energivori hanno dovuto abbassare le serrande per tirare il fiato. “O il prezzo dell’elettricità scende o si arriva a un’economia di guerra”, ha dichiarato a fine dicembre Roberto Ariotti, titolare di una fonderia a Adro (Brescia) con 120 dipendenti che produce fra l’altro componenti di ghisa per le pale eoliche. Come ha ricordato il Corriere della Sera, “in Italia circa un milione di persone lavorano nelle filiere energivore oggi piombate “nell’economia di guerra”: cartiere, acciaio e alluminio, cemento, ceramiche, fertilizzanti, raffinerie, l’industria del vetro, delle plastiche e tutto il sistema del riciclo”. Le industrie energivore italiane garantiscono 88 miliardi di valore aggiunto l’anno, esportano il 55% del fatturato e impiegano in forma diretta 350 mila persone, che arrivano quasi a triplicare considerando l’indotto.

L’aumento consistente dei costi delle materie prime a ogni livello ha travolto il mercato nella sua interezza e il boom energetico a livello di fonti per la generazione ha colpito le aziende dei comparti più esposti. Neanche il più esperto di flussi economici avrebbe potuto pianificare il rischio di una “tempesta perfetta” come quella che incombe sui Paesi europei a grande fame di materie prime e vocazione industriale come l’Italia. A determinarla è l’asimmetria tra domanda e offerta di risorse come gas naturale e petrolio consolidatasi nei mesi scorsi, il caos nelle catene del valore, la crisi dei commerci e la susseguente ondata sismica che ha colpito manifattura, industria e logistica, la necessità di finanziare la transizione green e le conseguenti misure che rendono tendenzialmente sfavorevole per cittadini e imprese l’utilizzo di fonti inquinanti in una fase in cui esse sono, comunque, ancora dominanti.

Dopo il lockdown sanitario, si rischia insomma quello economico. Con le solite questioni a cascata che si sono già manifestate nei mesi dell’esplosione della pandemia: prodotto interno lordo in calo, crescita che rallenta, meno occupazione, maggiori costi sociali. E all’Italia manca ad oggi un’agenda per affrontare nel migliore dei modi questi problemi. In un settore come l’acciaio, per fare un raffronto, gli operatori francesi possono attingere fino al 60% dell’energia ad un prezzo calmierato di 42 euro/Megawattora mentre in Italia il prezzo corrente è di oltre 250 euro; sul fronte del gas naturale lo sfruttamento delle risorse nazionali non avanza affatto nonostante ogni indicatore imporrebbe di riattivare le trivelle; settori come la ceramica rischiano la batosta, dato che l’Innovation Post ha raccolto l’opinione di Giovanni Savorani, Presidente di Confindustria ceramiche, secondo cui ““la spesa per il gas era di circa 250 milioni l’anno ma le nostre previsioni per il 2022 ora la stimano in 1,25 miliardi. Dato che il fatturato non arriva a 6 miliardi è praticamente impossibile aggiungere un miliardo ai costi e rimanere sostenibili“. Il settore delle ceramiche e dei materiali refrattari ha un consumo medio di metano pari a 1.500 milioni di metri cubi l’anno e un fabbisogno di energia elettrica di 1.800 GWh/anno, risultando dunque schiacciato anche dal boom del prezzo del gas naturale e del conseguente aumento del combustibile metano, arrivato a raddoppiare, triplicare, quadruplicare rispetto al 2021 al passare dei mesi.  Il mondo dell’industria culturale e l’editoria stanno inoltre subendo batoste terribili per la crisi della cartacon le potenziali conseguenze sulla diffusione di opere, idee, dibattiti nelle edicole e nelle librerie; gli aumenti del 55% per l’elettricità e del 41,8% per il gas utilizzato nel processo di produzione dei fertilizzanti oltre che all’impennata dei prezzi dei concimi e dei fertilizzanti, come denuncia Coldiretti, rischiano di bloccare il comparto produttivo agro-alimentare.

Come nel film Don’t look up la cometa è prossima allo schianto e la politica e la società tacciono. Salvo l’agenda chiara sul caro bollette, che potrebbe spingere il governo italiano a una manovra correttiva nei mesi a venire, nessuno ha chiara un’agenda di politica industriale volta a sanare le problematiche del sistema in questione. Ignorare il problema non farà scomparire le sue conseguenze: Confindustria stima che i costi energetici per famiglie e imprese saliranno dai 9 miliardi del 2020 ai 37 di quest’anno. Siamo vicini alla tempesta perfetta, che potrebbe sostanziarsi in lockdowun produttivi nelle ore in cui la generazione sarà più costosa. Sarebbe un punto di non ritorno per ogni prospettiva di ricostruzione. A governo e enti economici, nei prossimi mesi, il compito di scongiurarne il raggiungimento.

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