Un altro colpo basso dall’Unione europea, l’ennesimo di una lunga stagione in cui i burocrati di Bruxelles hanno giocato con l’Italia come il gatto fa con il topo. Dall'”alto” sono infatti arrivate nuove regole che hanno fatto schizzare alle stelle il debito italiano. A darne conferma, ieri, durante l’audizione alla commissione Bilancio di Senato e Camera, il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini. Quest’ultimo ha presentato un documento in cui era ben impresso un grafico che seguiva l’andamento del famigerato rapporto debito/pil, lo stesso indicatore tenuto stabilmente dall’Europa sotto la lente d’ingrandimento. Nel 2018 tale valore si attestava intorno al 135%. Perché l’anno scorso ha toccato una soglia così alta? Se lo sono chiesti in tanti, anche perché gli ultimi dati ufficiali riferiti allo sesso periodo, compresa la Nadef, cioè la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def), che indica la strategia economica e di finanza pubblica nel medio termine, parlavano di un rapporto italiano debito/pil pari al 132%. Tra le due cifre ballano 3-4 punti percentuale di debito/pil.

Un mistero inquietante

Il mistero assume una certa importanza se pensiamo a come la Commissione Ue abbia fatto pressioni sul Consiglio europeo per aprire una procedura per debito eccessivo laddove questo rapporto sforasse anche solo di pochi decimali. A questo punto sorge spontanea una considerazione: a che serve parlare di debito pubblico, di conti rigorosi, di “zero virgola” in più o in meno, se le cifre possono cambiare così, dall’oggi al domani, su input di chissà chi e chissà per cosa? La risposta di una “riclassificazione contabile” regge fino a un certo punto, perché è vero che le cifre fino al 1998 sono state cambiate, ma è altrettanto vero che questa volta i mercati non hanno alzato un dito per protestare. E, di solito, sappiamo come la finanza sia attenta anche alle virgole.

Il colpo di mano dell’Eurostat

Per capirci qualcosa, sottolinea il quotidiano La Verità, bisogna dare un’occhiata ai criteri utilizzati per pesare gli interessi dei Buoni postali. A fine 2018 si trovavano in circolazione più o meno 13 miliardi di Buoni postali, con rispettivi interessi pari a 58 miliardi pagabili al momento del rimborso, che scatterà in maniera progressiva fino al 2031. Lo scorso agosto l’Eurostat ha pensato bene di cambiare le regole contabili, pretendendo che i 58 miliardi fossero contabilizzati nel debito. Ecco, quindi, perché da 132% si passa al 135%. Tra l’altro questo nuovo criterio assume una certa rilevanza se consideriamo la procedura per deficit eccessivo. Eppure nessuno ha sollevato dubbi, perché in questo modo la discesa del debito dal 2015 al 2017 e fino al 2024 si preannuncia più rapida, proprio a causa del rimborso dei suddetti titoli e relativi interessi. Ma con quali conseguenze? Non certo delle più rosee. La considerazione da fare, al netto delle varie pressioni mediatiche, è che non è importante tanto il rapporto debito/pil quanto la sua dinamica. La conclusione di tutto è che l’Italia è schiacciata da regole limitanti e invalidanti, le stesse che impediscono al nostro Paese di crescere ben oltre lo “zero virgola”. Se il debito pubblico italiano è così elevato e non riesce a scendere, forse è meglio iniziare a chiedere qualche spiegazione anche a Bruxelles.

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