L’Austria di Sebastian Kurz, dopo aver predicato all’Europa meridionale di accettare i pacchetti comunitari più stringenti e aver cannoneggiato il Recovery Fund, intimorita dai loro livelli di debito pubblico, sceglie la strada del finanziamento per vie interne per rafforzare la sua risposta alla crisi. Recentemente, infatti, Vienna ha messo in campo un titolo di Stato estremamente simile a quello che in Italia è stato ideato dal presidente della Consob ed ex Ministro per gli Affari Europei Paolo Savona. Il navigato accademico sardo aveva infatti proposto una manovra finanziaria simile al “prestito nazionale” ideato da Giulio Tremonti Giovanni Bazoli, proponendo l’emissione di un titolo irredemibile con interesse annuo al 2%. Un vero e proprio “bond di guerra” funzionale a garantire allo Stato la mobilitazione dei risparmi dei cittadini. Il titolo austriaco non è propriamente irredemibile, ma ha durata secolare: “Tra cento anni, chi lo avrà in mano, potrà frasi restituire il capitale investito oggi. Il titolo austriaco, però, va a sommarsi al debito pubblico dell’Austria, quindi al calcolo del rapporto debito-pil, mentre per il titolo irredimibile di Savona ciò sarebbe da escludere in partenza”, sottolinea Italia Oggi.

In Austria sui titoli di Stato si ripropone una legge che in Italia abbiamo imparato a conoscere: in una fase problematica come quella in corso i cittadini tendono a stringersi attorno al proprio Paese e sono attirati dai suoi prodotti finanziari. A fronte di un’offerta di titoli per due miliardi di euro, infatti, il governo austriaco è stato travolto da una domanda dieci volte superiore e richiamata dal tasso d’interesse garantito (0,88% annuo) destinato a rappresentare una rendita permanente per gli acquirenti. Come se oggi venisse all’incasso un titolo emesso dall’Austria repubblicana poco dopo la fine del regno degli Asburgo dopo la Grande Guerra. Inoltre, prosegue Italia Oggi, “gli investitori internazionali sono affamati di rendimenti positivi, qualunque sia il titolo che lo assicuri. Si spiega così come mai anche il Belgio e l’Irlanda, prima dell’Austria, abbiano emesso bond a cento anni, ma soltanto per collocamenti privati”.

L’Austria capofila dell’austerità e oggi alleata dell’Olanda di Mark Rutte per silurare le risposte comuni alla crisi non ha problemi a puntare, sul fronte interno, su quel debito pubblico da lei indicato come origine di ogni male…quando si tratta del debito altrui. Interiorizzando la risposta proposta da Mario Draghi nel suo editoriale sul Financial Times del 25 marzo, in cui il deficit nazionale era indicato come la via maestra per fronteggiare le conseguenze economiche del Covid-19.

La risposta dell’Austria è assolutamente razionale e ben ponderata strategicamente, ma rivela l’intrinseca fragilità dell’ideologia rigorista, che vive di polarizzazioni tra i Paesi a cui è concesso e quelli a cui non è concesso puntare sui deficit nazionali in risposta alle crisi per politiche anticicliche, pur avendo la scienza economica dimostrato che sono i livelli di debito privato le vere micce per crisi economiche incendiarie. E, in quanto a debito privato, sono i falchi e non i Paesi del Sud Europa ad aver molto da spiegare. Kurz non ha cessato un giorno di cavalcare questa ipocrisia, prendendo come bersaglio l’Italia e gli altri Paesi ad essa simili: l’inconsistenza del governo giallorosso e la sua incapacità di un’azione incisiva sul finanziamento con debito pubblico gli ha permesso una campagna a tamburo battente. Come al solito, è la possibilità di permettersi comportamenti ipocriti a segnalare quando un Paese ha acquisito rilevanza in Europa. E l’Austria, alter ego dell’Olanda rigorista, punta proprio a questo.

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