Pioggia di soldi, miliardi di Dollari spesi negli ultimi anni a favore dello sviluppo, ma i risultati appaiono peggiori rispetto a quelli del punto di partenza: il riferimento è all’Africa ed a tutti il flusso di denaro donato al continente nero, senza che però i paesi più poveri siano usciti dalle condizioni di indigenza e difficoltà. Una circostanza questa, che da anni viene evidenziata in primis proprio in Africa. Eppure, proprio dall’Europa, la tendenza alla “facile carità” non sembra essere messa in discussione.

I danni della solidarietà

I problemi che vive il continente africano sono ben noti: dalla miseria alle guerre, da paesi poco stabili a governi fin troppo stabili. Problemi strutturali dunque, che riguardano l’economia così come la società e le varie popolazioni degli Stati che compongono l’Africa. Su nessuno di questi arrivano segnali positivi, a fronte come detto di fiumi di denaro mandati negli anni tra donazioni private o prestiti da parte di fondi ed enti sovrani. Il continente continua ad avere le stesse negative peculiarità di cui soffre da decenni.Soldi di cui poi si sa poco circa il reale utilizzo: in molti casi, i miliardi di dollari spediti in Africa fanno arricchire locali lobbisti i politici, senza che la loro destinazione d’uso venga minimamente rispettata. Una condizione già nota da tempo, come quando ad esempio viene ritrovato un patrimonio di svariati miliardi di dollari a Mobutu Sese Seko, presidente e padre – padrone dell’ex Zaire per 32 anni. Quando è capo dello Stato, riesce ad intercettare molti di quei fondi in teoria destinati allo sviluppo.

Ciò che colpisce, è come questa considerazione arrivi anche dalla parte che in teoria dovrebbe essere beneficiaria, ossia dall’Africa. Nel continente nero si moltiplicano osservatori e politici che criticano sempre di più la “beneficenza” da parte europea ed occidentale in generale. Nelle recenti elezioni senegalesi, più candidati si scagliano non solo contro il franco Cfa ma anche contro gli aiuti elargiti verso il proprio paese. Proprio perchè, oramai, essi vengono percepiti sempre meno come aiuti e sempre più come strumento di corruzione nella migliore delle ipotesi.

Nel 2010 fa discutere la pubblicazione di un libro da parte di Dambisa Moyo, economista nata nello Zambia e laureata ad Oxford: “Cosa succederebbe se i paesi africani ricevessero una telefonata o un’ email in cui i maggiori donatori annunciano che entro cinque anni i rubinetti degli aiuti saranno chiusi per sempre, fatti salvi i soccorsi straordinari per carestie o disastri naturali? – si chiede nel libro la Moyo – Un numero maggiore di africani morirebbe di povertà e di fame? Probabilmente no: le vittime della povertà in Africa non sono toccate comunque dal flusso degli aiuti. Ci sarebbero più guerre? È dubbio: senza aiuti internazionali, cioè senza soldi, si toglie un grosso incentivo ai conflitti. Si smetterebbe di costruire strade, scuole, ospedali? Improbabile”.

Il modello cinese

Semplicemente dunque, nel modello europeo di cooperazione con l’Africa, qualcosa non va. L’elemosina elargita verso il continente africano, peggiora soltanto la situazione. La solidarietà crea molti più danni che benefici al continente africano, elargire somme a fondo perduto arricchisce a volte governi corrotti, paga gruppi e miliziani armati, ma poco o nulla va a finire per incidere significativamente sul territorio che si vorrebbe aiutare. A questo modello, da anni viene visto in contrapposizione quello cinese. Pechino in Africa non dona soldi in beneficenza, al contrario stringe partenariati con gli Stati per la costruzione di opere ed infrastrutture. Non che questo segni un salto deciso di qualità nella vita degli africani, ma di sicuro il modello cinese pone il gigante asiatico in netto vantaggio rispetto all’Europa.

La Cina costruisce infrastrutture che servono ovviamente a Pechino per implementare le esportazioni delle proprie merci ed agevolare l’importazione di materie prima, ma le opere rimangono anche agli africani e permettono di collegare facilmente territori da sempre isolati. La Cina sa che un continente da 1.2 miliardi di persone in via di sviluppo, può essere un’opportunità per il proprio mercato. E dovrebbe saperlo anche l’Europa, la cui pressione demograficapotrebbe diventare insostenibile se l’Africa continua a rimanere sottosviluppata. Ma si preferisce fare elemosina e parlare di carità, piuttosto che raccogliere la sfida da un continente sì povero ma molto dinamico come quello africano.

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