La conseguenza immediata della ritirata di ArcelorMittal dall’ex Ilva di Taranto è la chiusura dello stesso stabilimento, con 10.700 lavoratori che vedrebbero evaporare la loro occupazione come neve al sole. A ruota ci sono una serie di effetti concatenati che metterebbero al tappeto un toro, e che potrebbero avere il medesimo risultato sull’Italia. In caso di chiusura dell’acciaieria, Roma dovrà salutare un’ingente produzione di acciaio, stimata in circa sei milioni di tonnellate annue. Conti alla mano, sarebbe compromesso l’1,4% del prodotto interno lordo del Paese, ovvero 24 miliardi di euro. Un danno enorme, insomma, che ha vittime (gli impiegati dello stabilimento e i cittadini italiani), carnefici (ArcelorMittal, anche se pare che la decisione della multinazionale sia legittima) e colpevoli (la quasi totalità del governo giallorosso, Movimento 5 Stelle in testa, protagonisti del ritiro dello scudo fiscale).

Acciaio straniero all’assalto dell’Europa

Allo scenario di per sé apocalittico bisogna aggiungere un ulteriore carico da novanta. Nel caso in cui sull’Ilva dovesse davvero chiudersi il sipario una volta per tutte, a rimetterci sarà l’intera industria siderurgica italiana. Il motivo è semplice: senza più avere l’acciaio italiano tra i piedi, le produzioni di altri Paesi europei, o addirittura extrauropei, sono pronte a mangiarsi la fetta di mercato che in passato era saldamente nelle mani di Roma. E allora, i produttori francesi e tedeschi hanno già drizzato le antenne, così come quelli asiatici e la Turchia. Tutti sopra la carcassa dell’Ilva come avvoltoi su un animale in fin di vita. Come fa notare Atlanticoquotidiano, il mercato europeo dell’acciaio è dominato dalle importazioni asiatiche, su tutte quelle provenienti dalla Cina. Saranno dunque proprio loro, i cinesi già accusati di dumping, ad avvantaggiarsi di una eventuale crac in quel di Taranto.

L’ombra della Cina

Senza l’ombra dell’Ilva, le porte europee si spalancherebbero e i cinesi si ritroverebbero in prima fila, pronti a inondare l’Europa di acciaio a basso costo che danneggerebbe tra l’altro anche le altre industrie attive nel Vecchio Continente. In poche parole, una specie di catastrofe nella catastrofe. Nel corso di un’intervista a Radio Radicale, il segretario di Fim Cisl, Marco Bentivogli, ha ben spiegato i rischi dell’assedio cinese: “Sulle importazioni di acciaio asiatico non abbiamo valide garanzie di qualità né di non nocività. Nei Paesi asiatici non esiste un controllo di qualità come da noi, e le nostre Dogane non possiedono rilevatori radiometrici per scovare le possibili nocività del prodotto finito, tra cui la radioattività”. Senza poi considerare l’accusa di dumping che pende sulla Cina. Eppure, proprio riguardo quest’ultimo aspetto, una buona parte dei Paesi europei ha sollevato dubbi, trovando però il silenzio assordante della Germania perché Berlino, per difendere i propri interessi oltre Muraglia (e quelli della Thyssenkrupp), ha sempre osteggiato l’anti dumping made in Bruxelles.

L’occasione di Pechino

La Cina, che sta da tempo prendendo le misure all’Europa, non si lascerà certo scappare questo insperato “regalo” figlio di un pasticcio a tinte giallorosse. L’uscita di scena dell’Italia dall’industria dell’acciaio – ricordiamo che l’Ilva è, o era, uno dei più grandi centri europei – offrirebbe una vera e propria prateria alle importazioni made in China. Una prateria, sottinteso, che si estenderà in Italia ma che comprenderà anche un’abbondante porzione d’Europa. Attenzione però anche alla Turchia, visto che Ankara è il Paese che esporta più acciaio nel Vecchio Continente. In ogni caso, Pechino scalda i motori ed è pronto a sguinzagliare il suo colosso dell’acciaio.

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