La dirigenza del London Stock Exchange ha respinto l’offerta di acquisto da parte della Borsa di Hong Kong della proprietà dell’istituzione che governa la City londinese e le dinamiche della nostra Piazza Affari da essa controllata.

Secondo Londra, non risulterebbero fattibili le prospettive di fusione e sviluppo comune offerte dalla piazza della città cinese attualmente al centro della cronaca politica per il confronto sempre più teso tra il governo di Pechino e i protestanti scesi in piazza da diversi mesi. Problemi di “strategia, fattibilità e valorizzazione” sono addotti dalla City come pretesto per respingere l’offerta da 36 miliardi di dollari presentata dai cinesi, mentre al contempo la piazza asiatica ha annunciato di essere pronta a una controfferta.

Cosa implica il no di Londra a Hong Kong? C’è da pensare, in un certo senso, che la mossa della piazza cinese fosse in un certo senso una mossa diversiva, una manovra di alleggerimento per certificare la capacità esecutiva delle autorità cinesi dell’ex colonia britannica anche nel momento di maggior tensione delle proteste. Ma un’offerta presentata allo scoperto deve necessariamente avere dei retroterra strategici, riscontrabili nell’interesse di Pechino per la Gran Bretagna post Brexit che anche il premier Boris Johnson mira a coltivare e incentivare. Tuttavia, lo stop da parte della City segnala la volontà dei suoi controllori e decisori, ovvero gli operatori finanziari in essa concentrati, di privilegiare le relazioni con l’Europa e gli Stati Uniti, che avrebbero creato complicazioni in caso di successo dell’operazione.

La superadvisor Carole Silver di Moelis and co. che sta seguendo Hong Kong nel perfezionamento dell’offerta ha ben in mente quale sarebbe stato il prodotto della fusione: dalla fusione delle due piazze finanziarie si creerebbe un colosso valutabile oltre i 70 miliardi di dollari con 16 ore di lavoro continuo sui mercati grazie alla somma dei fusi orari europeo e asiatico, lasciando solo l’ultimo terzo di giornata alla Borsa di New York. Condizionato all’accettazione dell’offerta ci sarebbe stato però il ritiro britannico dal costoso acquisto (27 miliardi di dollari) di  Refinitiv, la piattaforma di dati adesso controllata dal fondo Blackstone a cui la Lse non intende però rinunciare.

Lo stop britannico all’avanzata cinese implica, per ora, la risoluzione indiretta di un problema di politica estera ed economica per l’Italia. Piazza Affari, coinvolta tramite Lse nel risiko delle borse, per la sua rilevanza finanziaria, il suo contributo notevole ai profitti del gruppo (56% a fronte di una quota di ricavi del 25%) e la sua centralità nel mercato dei titoli di Stato è un asset finanziario strategico per il Paese. Il governo Conte si sarebbe trovato di fronte a un bivio: seguire la Cina, scontentando gli Usa, o applicare il Golden power sull’intervento nei settori strategici, che include nel suo spazio di intervento anche i mercati finanziari, o il commissariamento ad opera della Consob. Azioni che sarebbero apparse come ostili a una Cina che rimane partner strategico e che guarda a Piazza Affari fortemente nel suo piano che include Londra, recentemente considerata dalla Farnesina con la nomina dell’ambasciatore a Pechino Ettore Sequi a capo di gabinetto del ministero degli Esteri targato Luigi Di Maio. Siamo stati sollevati, una volta di più, dal dilemma di dover decidere, ma non siamo nemmeno stati presi in considerazione da Hong Kong e Londra: questo, nei palazzi romani, dovrebbe portare a serie riflessioni.

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