Nessuno tocchi l’oro. Nelle fasi di crisi economica internazionale, l’Italia ha una linea del Piave a difesa del suo sistema nelle riserve auree conservate nei caveau di Via Nazionale. Le oltre 2400 tonnellate d’oro sotto il controllo della Banca d’Italia e conservate tra la sede centrale (44,9%), gli Stati Uniti (43,3%), la Svizzera (6,1%) e il Regno Unito (5,7%) rappresentano un argine materiale, economico e simbolico ai rischi di una slavina finanziaria.

Anche nell’era dell’iper-finanziarizzazione, del trading ad alta frequenza,delle competizioni tra sistemi-Paese e del confronto tra globalizzazione e nazionalismo economico l’oro mantiene l’importanza che ricopre dai tempi dell’inizio della concezione dell’economia nelle società umane. Esso è emblema della fiducia e della resistenza dei sistemi, ma anche efficace bene rifugio che acquisisce valore proprio quando le nubi di tempesta si addensano sulle economie reali e i sistemi finanziari.

Da tempo, scrive Alessandro Plateroti sul Sole 24 Oreultimamente “l’oro sovrano è tornato ad occupare un ruolo chiave per Stati e mercati. Sia come riserva di valore in caso di crisi valutaria o sistemica, sia come garanzia collaterale per gli investimenti speculativi o per il bilanciamento dei rischi di portafoglio”.

Nelle ultime settimane il prezzo dell’oro sui mercati internazionali ha sfondato quota 1.600 dollari l’oncia per effetto dello spostamento sul metallo nobile di scommesse, Etf, futures e investimenti orfani della liquidità dell’economia reale e di altri settori anemici come il mercato del petrolio. Il trend era già in atto, dato che la crescita cumulata del prezzo dell’oro da dicembre 2018 è pari al 20%. Ciò ha avuto conseguenze anche sui bilanci della Banca d’Italia, come fa notare Il Tempo: “Alla fine dello scorso anno l’importo scritto nel patrimonio era pari a 106,742 miliardi di euro con un incremento di 18,378 milioni rispetto alla fine dell’ esercizio precedente. Non c’è stato nessun nuovo acquisto, però. La consistenza è rimasta invariata a 79 milioni di once, pari a 2.452 tonnellate, e la rivalutazione dovuta esclusivamente alla maggiore quotazione del metallo”.

Le riserve sono un baluardo materiale e politico. Non si parla di vendere l’oro per ottenere liquidità anti-crisi in risposta al coronavirus o, come qualcuno pensa, di prendere le riserve auree come garanzia contro possibili prestiti internazionali. In entrambi i casi, la strada sarebbe senza uscita: una vendita d’oro da parte dell’Italia deprimerebbe notevolmente i prezzi sui mercati globali, mentre nessun investimento o prestito può valere una contropartita materiale in monete e lingotti d’oro.

La contropartita è nel valore intrinseco dell’oro e della certezza che alla sua garanzia corrisponderanno, sempre e comunque, le garanzie della tenuta dell’Italia come potenza economica. Sia che si parli del fatto che il Paese potrà sempre avere un controvalore capace di coprire eventuali emissioni di titoli o, nel worst case scenario, di coprire un naufragio dell’euro sia che si faccia riferimento al potere simbolico dell’oro i caveau di Banca d’Italia sono un cruciale asset strategico. Le valute passano, il valore intrinseco dell’oro no: dall’Impero romano al mondo guidato dalle istituzioni economiche di stampo statunitense così è stato. E anche dopo la fine del gold standard la relazione non si è rotta. Vale lo stesso anche per l’euro: e questo basta a ricordare come l’Italia dovrebbe difendere a spada tratta il suo oro.

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