La riforma del Meccanismo europeo di stabilità rallenta. Dai piani alti di Bruxelles assicurano che la fumata bianca arriverà molto presto, che niente di quanto deciso può essere più modificato – eccezion fatta per aspetti irrisori di contorno: un’aggiunta buona soltanto per far calmare l’opinione pubblica italiana – e che il percorso che porta verso l’unione bancaria procede senza intoppi. Eppure, al momento, il Mes è in stand-by.

Come sottolinea il quotidiano La Verità, il congelamento della modifica del Fondo salva-Stati ha una causa ben precisa. Attenzione: il governo italiano non c’entra niente. Nonostante i nostri rappresentanti ci abbiano più volte narrato di come si siano battuti, in prima fila, per far sì che la riforma non danneggiasse l’Italia, per l’introduzione della logica del pacchetto e per tante altre belle storie, tutto questo ha avuto sul processo di riforma del Mes lo stesso effetto di un buco nell’acqua.

Ricordiamo che il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, dopo l’Eurogruppo del 4 dicembre 2019 si vantava di aver ottenuto uno slittamento dell’approvazione del trattato. Le sue dichiarazioni erano trionfali: “Abbiamo ottenuto la possibilità di una subaggregazione dei titoli, che rende le clausole di azione collettiva a maggioranza singola più simili a quelle a maggioranza doppia, un meccanismo intermedio, una cosa molto tecnica ma che per l’Italia era importante”.

La vittoria di Pirro del governo giallorosso

Insomma, il rinvio del Mes – a detta del governo – sarebbe stato causato dall’azione dell’esecutivo giallorosso. Vittoria dell’Italia? Neanche per idea. A gennaio il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha di fatto smentito Gualtieri: “Ormai non si tratta più di una questione di sostanza, dobbiamo solo definire alcuni aspetti legali, puntiamo a chiudere tutto entro marzo”. Tradotto: si va avanti e niente cambierà.

Anzi, Centeno ha rincarato la dose dichiarando in un’intervista successiva che “sul Mes le notizie che mi arrivano dicono che a Roma sono molto più collaborativi, dovremmo essere in grado di chiudere alcune questioni legali ancora in sospeso circa l’ambito di applicazione delle clausole di azione collettiva che sono state sottoposte al Consiglio di Stato francese”.

In altre parole, Bruxelles non considera il governo italiano una minaccia in grado di far saltare il banco, visto che in un colpo solo Centeno ha sconfessato la logica del pacchetto e ridimensionato le obiezioni legali sollevate dai giallorossi. Il vero problema è semmai rappresentato dalla Francia.

Parigi scende in campo

Oltralpe, Parigi ha sollevato diverse perplessità di natura legale in merito alla riforma del Mes. Il nodo è tecnico e riguarda le modalità con le quali le citate Cac devono essere inserite nella legislazione francese. Il funzionamento delle Cac deve essere specificato nel trattato del Mes oppure ogni Paese sarà costretto ad adeguare le proprie norme con una legge specifica? Pare che la Francia abbia chiesto un parere di costituzionalità al Consiglio di Stato e che quest’ultimo debba ancora fornire la documentazione sul quesito che attanaglia l’Eliseo.

Un articolo apparso sull’Agefi Quotidien cita l’articolo 53 della Costituzione francese, il quale prevede che i trattati internazionali possono essere ratificati solo “in virtù di una legge”. Parigi resta favorevole all’introduzione delle Cac a maggioranza singola, eppure ha chiesto un parere sulla loro attuazione per evitare ricorsi che potrebbero davvero mettere a rischio la riforma. La pronuncia del Consiglio dovrebbe arrivare a fine mese, massimo all’inizio di marzo.

Ovvero: in tempo per il prossimo Eurogruppo, in calendario il prossimo 16 marzo. Quando probabilmente passerà la riforma del Mes. In ogni caso, mentre la Francia ha pensato bene di affrontare il tema della costituzionalità della riforma, l’Italia ha tirato in ballo la logica del pacchetto. Questa è la differenza sostanziale tra Roma e Parigi.

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