Mentre il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, arrivava a Pechino per incontrare Xi Jinping e parlare degli effetti del nuovo coronavirus che tiene in allarme l’Impero di Mezzo, Morgan Stanley stimava gli effetti dell’epidemia sul Pil cinese e mondiale.

La sfida dei virus è tra le più importanti a livello politico, sociale e d’immagine che la Cina si sia trovata ad affrontare negli ultimi decenni. L’Impero di Mezzo ha conseguito successi economici ineguagliati, provocato il più massiccio contrasto alla povertà della storia umana (800 milioni di persone uscite dalla condizione nell’ultimo quarantennio) e conquistato uno status di potenza mondiale sempre più solido, ma al suo interno presenta elementi di fragilità. Il coronavirus non è certamente allarmante come la malaria, che a livello mondiale ha ucciso 19 milioni di persone negli ultimi 25 anni, ma rischia di scatenare un effetto-psicosi e dei rallentamenti dell’economia mondiale per il blocco agli scambi tra le aree messe in quarantena e il resto del pianeta.

E per la Cina, economia fondata sulle esportazioni questo potrebbe essere un grattacapo non da poco. Basti pensare che l’epicentro del contagio, Wuhan, è un terminale nevralgico nei commerci con il resto dell’Eurasia. Nel 2016 destò scalpore il completamento di un viaggio ferroviario tra il centro industriale nel cuore della Repubblica Popolare e la città francese di Lione. La città è un nodo strategico per le comunicazioni terrestri e aeree interne alla Cina e tra la Cina e il resto del mondo. Un aeroporto da 25 milioni di passeggeri l’anno, cinque autostrade e collegamenti ferroviari ad alta velocità tra Wuhan, città da 11 milioni di abitanti, e le altre metropoli costruiscono una rete di ampissima dimensione. Il cui blocco inciderebbe sull’economia cinese e globale.

Dunque, secondo Morgan Stanley, “l’epidemia di Coronavirus in Cina potrebbe danneggiare la crescita globale nel breve termine”, come fa notare La Stampa “per esempio, tagliando fino a un punto percentuale la crescita cinese. Supponendo che i picchi del contagio arrivino tra febbraio e marzo, la crescita globale potrebbe essere ridotta tra 0,15 e 0,3 punti nel primo trimestre di quest’anno”. Gli scenari sulla crescita del Pil cinese, invece, variano tra lo 0,5 e l’1% nel caso di un picco a breve termine e tra lo 0,6 e l’1,1% in caso di picco dell’epidemia nel secondo trimestre.

La stima è legata al calcolo della riduzione del Pil della regione di Wuhan, l’Hubei, la cui economia è di oltre 600 miliardi di dollari (quasi 4 trilioni di yuan) e la cui popolazione di circa 60 milioni di abitanti, ma anche agli effetti a cascata legati al calo delle esportazioni, agli effetti sull’indotto e al calo dell’appetibilità finanziaria della Cina per il mutato sentimento degli investitori. Una data chiave sarà, in tal senso, il 3 febbraio, giorno di riapertura dei mercati asiatici. La tempesta è più emotiva che sanitaria: l’effetto-panico provocato da una malattia, per ora, non ancora giunta a contagiare l’intero territorio cinese ha effetto sull’economia.

Economia e finanza non sono sistemi razionali, ma risultano estremamente riflessivi agli shock esterni. Se le Olimpiadi del 2008 erano state un evento simbolico capace di proiettare l’appetibilità economica della Cina a livelli mai visti in precedenza, il Coronavirus potrebbe, su scala ridotta, procedere in direzione opposta. Ponendo un ostacolo al decollo della Cina maggiore di quello imposto da dazi commerciali, proteste a Hong Kong, bolle finanziarie. Testimoniando che la Cina non è ancora pronta a essere definita superpotenza. Se i danni all’economia saranno poi quelli provocati da Morgan Stanley, il governo di Xi dovrà intervenire per evitare un calo della fiducia degli operatori nella prima potenza commerciale e industriale mondiale.

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