Si inasprisce la guerra economica tra la Russia e l’Occidente. Dopo l’annuncio degli Usa di bloccare a Mosca l’accesso ai suoi conti denominati in dollari presenti sul suolo americano il ministero delle Finanze russo ha trasferito per la prima volta fondi in rubli per il pagamento delle cedole e il rimborso di eurobond denominati in dollari. Il dicastero ha compiuto questo passo poiché la banca corrispondente estera ha rifiutato di eseguire le istruzioni per il pagamento delle cedole e il rimborso del valore nominale delle obbligazioni estere della Russia. Nella fattispecie si tratta di emissioni di obbligazioni con scadenza 2022 e fondi per il pagamento di cedole su obbligazioni di prestiti obbligazionari esterni con scadenza 2042. L’importo totale dei pagamenti per le due emissioni ammontava a 649,2 milioni di dollari, con scadenza al 4 aprile. Ma il pagamento in rubli non è stato accettato dalle banche internazionali. Uno schiaffo pesante per il Cremlino che spinge la Russia verso il suo primo default dal 1998, dato ormai quasi per scontato.

Già prima Jp Morgan, dopo essersi consultata con le autorità finanziarie Usa, si era rifiutata di procedere al pagamento per l’impossibilità di accedere ai fondi di proprietà del governo russo. Si tratta della prima manovra direttamente volta a indebolire le prospettive economiche della Russia e a bloccare le fonti di approvvigionamento economico del suo sistema-Paese.

Fino ad oggi l’economia russa, sostanzialmente, era parsa tenere di fronte all’assalto delle sanzioni. Ma ora qualcosa inizia a scricchiolare e il timore di un blocco dell’economia interna si fa sempre più pressante: rischio di default a parte, il ritiro di Renault dal Paese ha contribuito al crollo del settore auto, dato che il gruppo francese è uno dei maggiori produttori di auto, e nonostante gli sforzi della Banca centrale la Russia deve governare una situazione di inflazione galoppante.

Dopo settimane di sanzioni sempre più dure, l’economia russa sta iniziando a subire delle prime problematiche sui fronti non legati alle materie prime e alle esportazioni secondo diversi analisti. Se avevano fatto inizialmente scalpore gli annunci a cascata del ritiro dalla Russia e della sospensione delle attività dei big mondiali dell’industria (da Ikea a Volkswagen, da Lego a Toyota, da Ford a Gm passando per Intel, BP, Shell, Equinor, Disney e Maersk ma ce ne sono tanti altri), i ritiri non si erano ancora tradotti in gravi ripercussioni sulla reale attività economica. Ma diverse settimane dopo che le salve di sanzioni sono andate in crescendo dall’inizio dell’offensiva russa in Ucraina, gli effetti inizano a farsi sentire. Il fallo di reazione sui rubli lo testimonia.

Rischia dunque di rimbalzare sul fronte interno la strategia volta a corazzarsi contro le sanzioni internazionali e fondata unicamente sulla difesa del cambio che, nella giornata di mercoledì 5 aprile, ha raggiunto i livelli pre-guerra sia nei confronti del dollaro che in quelli dell’euro, salvo poi ridiscendere a quota 90 contro 1 nella giornata successiva. Ma questa realtà racconta solo un volto del fronte economico. Gas e petrolio continuano ad arricchire la Russia e a finanziare la “guerra di Putin”, ma il vero problema in prospettiva per Mosca verrà da altri fronti. Ed è su questi che, a ogni costo, Washington vuole lavorare. Puntando a spingere il contrasto alla Russia alle estreme conseguenze.

La vera sfida sarà sull’ordine valutario internazionale, e Mosca mette le mani avanti sulla presunta illegittimità dei blocchi statunitensi. La Russia dispone di “tutte le risorse necessarie per ripagare il proprio debito”. Lo afferma il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov alla Tass sottolineando che “come è noto una gran parte delle riserve sono state bloccate all’estero, quindi, se il blocco continua e le operazioni effettuate con valuta congelata vengono bloccate, le cedole potrebbero essere pagate in rubli“. “Anche se è impossibile – prosegue – teoricamente si potrebbero proclamare alcune situazioni di insolvenza, naturalmente, ma sarebbero situazioni di default artificiali”. Mosca potrebbe dunque essere dichiarata in default dall’Occidente ma sostenuta da altri attori, come Cina, India e Paesi asiatici, africani e americani di varia taglia. E la guerra può portare al caos nell’ordine finanziario globale. Ma bisogna capire, in prospettiva, se gas e petrolio basteranno a far reggere Mosca. O se un’ulteriore escalation economica può creare danni duri al Paese di Putin.

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