Gli Stati Uniti avevano un piano per ingabbiare la Cina ma quel tentativo è fallito miseramente provocando anzi l’effetto contrario: trasformare Pechino in una minaccia capace ora di spaventare Washington. Donald Trump potrà piacere o meno, ma il tycoon aveva colto il nocciolo della questione già prima di diventare il presidente americano. In campagna elettorale, The Donald dichiarava ai quattro venti di voler distruggere il sistema economico nato dalla globalizzazione, lo stesso che i suoi predecessori avevano alimentato stendendo tappeti rossi sotto i piedi di coloro che a distanza di pochi anni sarebbero diventati gli acerrimi nemici degli Stati Uniti. La Cina è il soggetto che più è stato agevolato da un meccanismo perverso che ha riversato al di là dell’oceano una marea di fabbriche, pronte a sfruttare le convenienti condizioni del contesto cinese: bassi salari, enorme quantità di manodopera, costi irrisori. D’altronde, all’inizio degli anni ’80, la Cina aveva abbracciato il libero mercato – o per lo meno qualcosa che gli assomigliasse – ed era pronta a testare un sistema economico ibrido in apposite zone speciali, dove gli stranieri potevano investire con il supporto delle autorità locali. L’esperimento andò a buon fine, tanto che queste zone si moltiplicarono portando nelle casse di Pechino ingenti quantità di riserve di dollari.

La superbia degli Stati Uniti

Facciamo un salto nel passato. L’assunto base degli Stati Uniti, in piena Guerra Fredda, era uno: espandere il proprio way of life in giro per il mondo per isolare l’Unione Sovietica. La Cina, ai tempi di Deng Xiaoping, era considerata addirittura una potenziale alleata da sfruttare al meglio per arginare Mosca. È così che, tra una stretta di mano e l’altra, Pechino entrò a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio. A cavallo degli anni 2000, la Cina riuscì a incamerare le tecnologie utilizzate dagli investitori stranieri, e con quelle armi è stata capace di modernizzarsi e trasformarsi nella superpotenza che conosciamo oggi. In ambito economico il Dragone si era dunque aperto, ma il suo sistema politico non aveva ancora assunto la benché minima forma democratica. Washington sperava di trasformare la politica cinese mediante l’economia, ma la Cina  non è caduta nella trappola.

La Cina si è liberata

Se la Cina oggi è diventata una “minaccia globale” la maggior parte della colpa è della superbia americana. Adesso, correre ai ripari, è un’impresa quasi impossibile. Il motivo è presto detto: nonostante la chiusura economica e la guerra dei dazi, questi tentativi sono vani perché le multinazionali hanno creato complesse reti di produzione che coinvolgono più attori. Apple, ad esempio, ha componenti che provengono da centinaia di fornitori diversi tra loro e appartenenti ad altrettanti Paesi; la Cina è solo una piccola goccia nel mare. In poche parole, a Washington non basta più richiamare le sue aziende dalla Cina, perché molte si affidano a vari intermediari. La Cina, sfruttando al meglio l’apparato dirigistico del Partito unico, continuerà ad utilizzare la ricetta delle pianificazioni unite al libero mercato, mentre gli Stati Uniti rischiano di continuare a darsi la zappa sui piedi. Ecco perché un accordo tra le parti è più necessario agli americani che non ai cinesi. Dei due, è Washington ad avere più da perdere.

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