L’arma più affilata di Vladimir Putin, quella del gas, sta iniziando a spuntarsi e potrebbe presto diventare innocua. Mosca farà di tutto per evitare che ciò accada, in parte lo ha già fatto, ma Gazprom, intanto, deve fare i conti con i primi venti contrari.

Il colosso russo aveva fin qui fatto affidamento sui prezzi record del gas per compensare le perdite operative, soltanto in parte riassorbite da nuovi clienti extra europei. I dati ICE ed ENTSOG rielaborati da Ispi offrono un primo spaccato di un fenomeno tanto evidente quanto emblematico: a ottobre le entrate di Gazprom derivanti dalle vendite di gas ai clienti europei sono scese rispetto a quelle registrate nei mesi precedenti, tornando ai livelli rilevati nel luglio 2021. E cioè quando la guerra in Ucraina e il conseguente aumento dei prezzi erano ancora due eventi lontanissimi dalla loro concretizzazione.

Se nel marzo 2022 i guadagni della multinazionale russa superavano i 400 milioni di euro al giorno, adesso le cifre parlano di poco più di 100 milioni quotidiani. Si tratta di un taglio netto delle entrate, coincidente con una altrettanto netta diminuzione del flusso di gas verso l’Europa, passato da un ritmo di quasi 160 miliardi nel marzo 2022 ai circa 40 miliardi attuali. La società ha affermato che tra gennaio e settembre di quest’anno le sue esportazioni totali di gas sono diminuite di 58,9 miliardi di metri cubi a 86,9 miliardi di metri cubi, facendo segnare un calo di oltre il 40% rispetto allo stesso periodo del 2021.

L’importanza del gas

Per capire meglio l’importanza del gas nella guerra di Mosca può essere utile dare un’occhiata ai dati riportati dal Centro di ricerca sull’energia e l’aria pulita (Crea). Il think tank finlandese ha calcolato che, soltanto nei primi sei mesi dall’inizio della cosiddetta “operazione militare speciale russa”, 24 febbraio, il Cremlino ha incassato dalle esportazioni di idrocarburi 158 miliardi di euro, “ben oltre il livello raggiunto dagli anni precedenti, e nonostante la riduzione dei volumi esportati”. Di questi, circa 85 miliardi sono stati versati dai Paesi membri dell’Unione europea a causa del raddoppio dei prezzi del greggio e della crescita per 15 di quello del gas dal 2021.

Fino a settembre, l’incasso della Russia superava abbondantemente i 100 miliardi di euro fin qui spesi per portare avanti il conflitto ucraino. Nel semestre chiuso il 24 agosto è emerso che l’Europa è stato il primo importatore degli idrocarburi russi (oltre 85 miliardi di euro), davanti a Cina (35 miliardi) e Turchia (11 miliardi). I maggiori importatori Ue sono stati Germania (19 miliardi), Paesi Bassi (11,1), Italia (8,6), Polonia (7,4) e Francia (5,5). A settembre l’Europa aveva tagliato quasi il 75% delle forniture di gas russo. Eppure, come detto, per via del forte aumento del prezzo del gas sui mercati europei, Gazprom era comunque riuscita a incassare lauti compensi.

La Russia ha così continuato a guadagnare dalla situazione, stando bene attenta a minacciare di blindare i rubinetti del gas senza tuttavia mai chiudere realmente e totalmente le sue forniture. Senza le quali, va da sé, Mosca non avrebbe incassato un centesimo.

Prezzi in calo

A far venire gli incubi ai russi è apparso il tetto europeo al prezzo del gas acquistato dalla Russia. In un primo momento sembrava una buona idea, poi tutti i nodi sono arrivati al pettine. Imporre un price cap avrebbe spinto la Federazione Russa a ridurre ulteriormente la fornitura di gas. A quel punto l’Europa avrebbe dovuto sostituire la quota russa con altre entrate. Sarebbe rimasto il GNL statunitense, il cui prezzo sarebbe schizzato alle stelle. Dunque, per il momento, niente tetto dei prezzi.

Nel frattempo Mosca si è voltata verso l’Asia ma i numeri non sembrano offrire al Cremlino le stesse sicurezze dell’Europa in termini di guadagno. Neppure con l’appoggio dell’India.

Ma per quale motivo, allora, gli incassi di Gazprom dall’Europa sono diminuiti? Ci sono varie ragioni. L’economista energetico Hans van Cleef (ABN Amro) ha spiegato a Nos che l’attuale caduta del prezzo del gas russo è principalmente dovuta al fatto che le scorte europee sono state ben riempite. C’è poi il fattore clima: a ottobre solitamente c’è chi inizia ad accendere la stufa mentre al momento le temperature si stanno mantenendo più alte della norma. Infine c’è la percezione dei consumatori che, a causa della situazione, stanno ben attenti a centellinare i consumi. Risultato: essendoci una minore domanda di gas, anche il suo prezzo diminuisce.

La contromossa di Mosca

La contromossa di Mosca non è tardata ad arrivare. I principali paesi produttori di petrolio, guidati da Arabia Saudita e Russia, hanno deciso di ridurre drasticamente la quantità di petrolio che forniscono all’economia globale. E la legge della domanda e dell’offerta suggerisce che questa mossa può significare solo una cosa: sono in arrivo prezzi più alti per il greggio e per il gasolio, la benzina e l’olio da riscaldamento che viene prodotto dal petrolio.

Il prezzo del petrolio è quindi sceso dopo un’estate di massimi. Adesso, dopo la decisione dell’OPEC+, i prodotturi dell’oro nero si stanno dirigendo verso il loro più grande guadagno settimanale da marzo.

Siamo di fronte ad uno scenario delicato: mentre il prezzo del gas scende, da qualche settimana il prezzo del petrolio è in rialzo. Basti pensare che per un barile di Brent si pagano circa 97 euro, a fronte degli 85 necessari lo scorso mese.

In ogni caso, il ricatto del gas di Mosca è ora uno strumento molto meno utile per finanziare la guerra. Ci sono però in ballo ancora troppe variabili per decretare spuntata l’arma più tagliente di Putin.

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