C’è una nazione nella cui direzione vanno i più acuti sospetti del Copasir, in trincea da mesi per valutare il rischio di scalate straniere ai “gioielli” dell’industria e della finanza italiane, circa possibili sfruttamenti politici della fase di acuta vulnerabilità del sistema-Paese nell’anno della pandemia: la Francia. Nella sua recente relazione il comitato di vigilanza sui servizi segreti presieduto dal leghista Raffaele Volpi ha infatti guardato con attenzione al protagonismo transalpino nell’economia nazionale.

A inizio pandemia assistemmo a manovre francesi volte a favorire l’ingresso nell’orbita di Parigi di un’eccellenza industriale come Avio; dalla primavera ad oggi si è vista l’azione di Leonardo Del Vecchio in Mediobanca, tradizionale approdo dei capitali e degli interessi francesi, i rumors su un possibile ingresso, poi smentito, di banche francesi nel capitale di Monte dei Paschi di Siena, la proposta di fusione tra Bpm e Credit Agricole Italia, le trattative per operazioni di fusione con soggetti esteri (tra i quali la tedesca Commerzbank e le francesi Credit Agricole e Societé Generale) delle quote extra-nazionali di Unicredit e, soprattutto, l’acquisizione di Piazza Affari dal consorzio costituito da Intesa San Paolo e Cassa Depositi e Prestiti con il gruppo borsistico a guida parigina Euronext.

Per il comitato di Palazzo San Macuto ciò potrebbe, in prospettiva, risolversi in una graduale perdita di influenza del sistema-Paese sull’attività di numerosi operatori economici e finanziari condizionati dal protagonismo di attori di origine francese nel nostro tessuto produttivo, bancario, assicurativo. Il capitalismo politico alla francese, una volta di più, può divenire il braccio armato dell’accrescimento dell’influenza di Parigi oltre confine.

Per ora, sia ben chiaro, le operazioni sono avvenute in ambiti ove il perimetro securitario del golden power è apertamente applicabile. E anche l’affare Borsa Italiana è presidiato da capitali italiani e dall’assicurazione che il futuro management sarà scelto nel nostro Paese. Ma il Copasir ha voluto alzare il livello di guardia concentrandosi soprattutto sul risparmio, che anche per un economista di spessore come Giulio Sapelli rischia di essere messo a repentaglio dagli appetiti francesi su banche e assicurazioni. Come mai il governo Conte II non ha seguito le indicazioni securitarie provenienti dal Copasir? Italia Oggi suggerisce che Giuseppe Conte e Emmanuel Macron possono essere giunti a una sorta di compromesso, un do ut des a tutto campo che prevedrebbe il sostegno francese a un Recovery Fund ampio in cambio di un sostanziale semaforo verde a un incremento della presenza di Parigi oltre confine.

“Per molti”, scrive la testata, “questa discesa dei francesi in Italia non sarebbe affatto casuale ma il risultato delle trattative politiche dei mesi scorsi in seno all’Europa: l’Italia, per ottenere l’appoggio dell’Eliseo sul Recovery fund e su altre questioni, si sarebbe impegnata a cedereasset strategici ai francesi. Ma l’appoggio di Parigi sarebbe condizionato alla possibilità di poter mettere le mani sui «gioielli di famiglia» italiani”.

Una tesi estremamente forte: ma che il Copasir, come “non detto”, sembra far indirettamente emergere ponendo con insistenza il tema all’attenzione pubblica. Vero è, da un lato, che la Francia ha dato ben più di una sponda a Roma, ad esempio spingendo sulla Banca centrale europea per estendere i piani d’acquisto titoli anche in caso di declassamento a livello “junk” del rating dei Paesi più a rischio, anche per tutelare le centinaia di miliardi di euro di debito italiani detenuti dalla sua finanza. Difficile pensare che nei termini si sia arrivati a veri e propri negoziati in tal senso, ovviamente, ma l’impressione è quella di una moral suasion nei confronti delle autorità italiane per guardar con maggior benevolenza agli investimenti di Parigi.

D’altronde, si potrebbe anche obiettare che Roma, nella negoziazione del Recovery Fund, ha avuto molta meno voce in capitolo di quanta ne abbiano espressa Francia e Germania. E sul tema della tutela, l’economista Mario Seminerio sposta l’attenzione dal tema del risparmio a quello del debito pubblico: “Si sta mandando il messaggio, agli investitori esteri nel settore bancario e assicurativo, che l’operatività in Italia è imprescindibile dal puntello al debito pubblico italiano” e, dunque, più che la nazionalità dell’investimento potrebbe bastare l’impegno a non ridurre gli stock di debito in mano alle società o alle banche attenzionate. Parliamo di visioni abbastanza divergenti, ma concordi nel sottolineare come una parte sostanziale dell’interesse economico nazionale sia legato agli umori e ai desideri della potenza finanziaria francese. Aggressiva ed espansionista nei periodi più delicati per l’Italia e l’Europa: segno della necessità di un vero progetto nazionale per tutelare gli asset strategici e capire come presidiarne i gangli vitali.

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