All’alba di una nuova Guerra fredda, gli americani si svegliano con il più grande aumento di tasse federali dal 1942, una manovra da tempi di guerra, annunciata dall’amministrazione Biden il 28 marzo, per l’anno fiscale 2023. Nell’elenco delle proposte del presidente, un documento di oltre 150 pagine, si trovano molte spese nuove, non solo militari, ma anche e soprattutto sociali. E una riduzione del deficit. In totale, la spesa pubblica sarà di 5.800 miliardi di dollari e il deficit dovrà essere ridotto a 1.150 miliardi di dollari, in modo da rallentare la crescita del debito pubblico.

Ci sono due modi per ridurre il deficit: o tagliando le spese, o aumentando le tasse. Per Biden la via dell’aumento delle tasse è quella favorita. La riduzione delle spese ci sarà comunque, perché scadono tutti i ristori e i sussidi straordinari che erano stati introdotti durante la pandemia di Covid-19. Però la spesa pubblica federale per il prossimo anno prevede 795 miliardi di dollari per la Difesa (80 miliardi in più rispetto al budget del 2022) e 915 miliardi in ordine pubblico e spesa sociale. Il resto sarà costituito da spese obbligatorie: il rifinanziamento di Medicare e Medicaid (assistenza medica pubblica ad anziani e meno abbienti), la previdenza sociale e gli interessi sul debito pubblico. L’aumento dei fondi per la polizia è previsto, anche se non c’è accordo per una riforma complessiva della tutela dell’ordine, con un Partito Democratico che include anche il movimento “Defund the Police”. Il grosso della spesa sociale sarà invece ripartito fra nuove infrastrutture, de-carbonizzazione dell’economia, istruzione pubblica ed edilizia popolare.

Come sono le nuove tasse

Con le nuove tasse si dovranno recuperare somme ingenti, previste nell’ordine dei 361 miliardi nell’arco di 10 anni con la sola nuova tassa sui super-ricchi e di altri 1.400 miliardi (sempre in dieci anni) con aumenti delle aliquote fiscali già esistenti. La nuova imposta “sul reddito miliardario” è una minimum tax del 20% sui redditi superiori ai 100 milioni di dollari. Sarà tassato tutto il reddito, anche quello da investimento non realizzato, che per ora era esentasse. Oltre alla nuova tassa, l’amministrazione Biden aumenterà anche l’aliquota massima dell’imposta sul reddito individuale, dal 37% attuale al 39,6% e l’aliquota massima dell’imposta sugli utili aziendali dal 21% attuale al 28%. Dunque: un terzo in più per le aziende più ricche (e produttive).

La teoria economica che è alle spalle di un piano tassa-e-spendi, come quello proposto dal presidente democratico, è chiaramente l’opposto di quella che aveva ispirato le manovre economiche di Ronald Reagan e di Donald Trump. Pur con le dovute differenze, i due presidenti repubblicani avevano assunto per valida la teoria del “trickle-down”: se lasci i ricchi liberi di produrre, tassandoli poco, la ricchezza da loro prodotta può arricchire anche le fasce di reddito più basse, perché aumentano le opportunità per tutti. La crescita economica che è seguita ai tagli fiscali, soprattutto nell’era Reagan (il più prolungato periodo di crescita nella storia recente americana) dimostra la validità di questa teoria. L’amministrazione Biden, invece, segue la filosofia opposta: più risorse vengono prelevate ai ricchi, più lo Stato avrà i mezzi per aiutare le fasce di popolazione meno abbienti, attraverso programmi sociali e sussidi.

La scommessa di Ronald Reagan

Ronald Reagan aveva scommesso sul taglio delle tasse e sull’aumento della spesa militare. Manovra rischiosa, ma razionale: benché il debito pubblico sia aumentato, nel corso dei suoi due mandati, la crescita del Pil ha assorbito gran parte del disavanzo. L’aumento della spesa, poi, era giustificato dalla necessità di battere l’Urss nell’ultima fase acuta della guerra fredda ed è stata una delle cause del collasso del regime sovietico: si può ben dire che la spesa sia stata ripagata dai risultati politici. In questa manovra, invece, Biden punta più sulla spesa sociale che su quella militare, dunque conta meno la giustificazione di dover tenere testa alla competizione con la Russia (oggi) e con la Cina (nel prossimo futuro). In compenso, il presidente democratico non scommette sulla crescita spontanea dell’economia, ma sugli effetti della spesa pubblica. Che è un azzardo ancora maggiore, soprattutto considerando che questa sarà finanziata soprattutto con un aumento di tasse proprio in un periodo di crisi e inflazione. Secondo i calcoli della sua amministrazione, la stragrande maggioranza degli americani non sarà neppure sfiorata da un aumento di pressione fiscale su meno dell’1% della popolazione (i super-ricchi). Ma più ricchi, in un’economia di mercato, sono anche i più produttivi, quindi che ne sarà dei meno abbienti se gli imprenditori, i finanzieri, i grandi produttori di ricchezze (e di lavoro) se ne andranno?

Infine, è la psicologia a fare la differenza fra i due approcci. Quello di Reagan era unificante: le tasse erano più basse per tutti. Quello di Biden è divisivo: le tasse devono essere pagate dai ricchi, che in questo modo sono colpevolizzati. Un approccio del genere soddisfa sicuramente gli appetiti della sinistra del Partito Democratico, che si nutre di un consenso fondato sull’invidia sociale. Ma difficilmente convincerà i Repubblicani e anche i più moderati fra i Democratici, come i senatori Joe Manchin e Kyrsten Sinema che già si erano opposti all’ambizioso piano sociale “Build Back Better”, tuttora in stallo al Congresso. Se gli Usa entrano divisi all’alba di una nuova guerra fredda, difficilmente potranno pensare di vincerla, almeno sul fronte interno.

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