Dal Cremlino arrivano le controsanzioni dopo l’offensiva economica occidentale seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Vladimir Putin nella giornata dell’8 marzo ha firmato un decreto per limitare l’export e l’import di determinati prodotti e materie prime con alcuni Paesi fino al 31 dicembre. Lo scrive la Tass, aggiungendo che il governo è stato incaricato di determinare entro due giorni gli elenchi degli Stati esteri che saranno interessati da queste decisioni.

Non c’è da aspettarsi alcuna sorpresa: è praticamente certo che anche l’Italia sarà colpita da queste mosse che giungono come reazione asimmetrica all’offensiva sanzionatoria che ha portato a terra l’economia russa, al crollo del valore del rublo e alla graduale disconnessione tra Russia e mercati occidentali. A cui l’amministrazione americana di Joe Biden ha imposto un’ulteriore accelerazione vietando nella giornata di ieri l’import di prodotti energetici dalla Russia.

Solo poche settimane fa Milano è stata teatro di un summit in cui il mondo economico e degli affari ha promosso la sua visione di distensione tra Italia e Russia, indicando negli affari e nel business la via maestra per una cooperazione bilaterale attiva. Oltre 300 imprese hanno consolidate attività in Russia, e a un mese dall’invasione, il 25 gennaio, lo stesso Putin aveva incontrato un ampio parterre di imprenditori e top manager in un evento organizzato dalla Camera di Commercio Italo-Russa con la mediazione dello “Zar” italiano di Russia, il banchiere Antonio Fallico. Secondo i dati dell’Agenzia Ice (su base Istat), nei primi 11 mesi del 2021 l’interscambio complessivo tra Russia e Italia è ammontato a circa 20 miliardi di euro, 12,6 dei quali sono prodotti provenienti in Italia dalla Russia (per l’80% materie prime come petrolio e gas). Da tempo si assisteva a una complessa destrutturazione dei rapporti economici tra i due Paesi, tanto che Sace, nel suo recente rapporto sui rischi-Paese, ha indicato Mosca come una delle capitali nei cui confronti era aumentato il rischio di credito.


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Per le imprese italiane sarà importante sicuramente il danno di prospettiva in settori come l’energia, le telecomunicazioni, le infrastrutture, la moda, la componentistica. Da Eni a Pirelli, da De Nora a Maire Technimont, che poco più di un mese fa ha ottenuto commesse da oltre un miliardo di euro per lavori in infrastrutture energetiche, sono molti i grandi nomi che possono essere danneggiati. Aggiungiamo a questo il fatto che le nostre banche sono di fatto le prime in Europa per il volume lordo delle esposizioni sulla Russia: 25,3 miliardi di euro al 30 settembre 2021. Roma stava, faticosamente, tenendo le posizioni in Russia: non tanto per il valore diretto dell’interscambio, quanto piuttosto per le prospettive della sua crescita legata all’indotto e agli investimenti strategici, sia in termini di flussi che di stock, che potevano mobilitare. Fallico, a una settimana dalla guerra, dichiarava che i piani del governo russo potevano mobilitare investimenti che nel prossimo decennio sarebbero stati in grado di “garantire lavori dal valore compreso tra i 120 e i 140 miliardi di euro alle imprese italiane”. Ora tutto questo è bloccato dall’azzeramento dei canali diplomatici e delle prospettive della diplomazia economica, da sempre asset vitale nella relazione italo-russa.

Per il fronte dei prodotti destinati ad arrivare in Italia, staremo a vedere se Mosca utilizzerà l’opzione nucleare del blocco alle forniture energetiche, che rappresenterebbe però un suicidio strategico. La Russia ha un’altra arma da far valere, quella delle forniture alimentari, che non va sottovalutata: “la Russia da sola pesa per il 6% del grano tenero che arriva nel nostro Paese e queste vendite ora saranno bloccate”, nota il Corriere della Sera. “Con un effetto aggravato in queste ore dal blocco all’export nel resto del mondo decretato dall’Ungheria per ragioni di sicurezza alimentare che rappresenta il 30% delle importazioni di grano tenero dell’Italia (usate per il pane e i derivati, ma poco per la pasta) e il 32% delle importazioni di mais”. Questo può causare un effetto a cascata, infiammare i prezzi e l’inflazione nel mercato alimentare interno, portare a un danno non minore di quello inflitto a Mosca dalle sanzioni che portano la Russia vicina al default.

Insomma, dopo il versante cyber e quello spaziale anche il sesto dominio di competizione, l’economia, coinvolge a cascata una guerra che è diventata senza limiti: su tre domini (terra, mare, cielo) prosegue la guerra convenzionale tra Russia e Ucraina. Su altri tre (cyber, spazio, economia) la Russia combatte un duro braccio di ferro con l’Occidente da cui tutti rischiano di uscire con le ossa rotte. E la guerra economica può avere un solo, grande vincitore: la Cina, che mantiene aperti tutti i suoi canali economici e non prende posizioni nette. Un dato da non scordare anche pensando a un Paese al centro del mirino come il nostro.

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