Le mani della Cina si stringono attorno alle spiagge da sogno dei Caraibi. Investimenti, intrecci economici, infrastrutture e alleanze di reciproca convenienza. La strategia di Pechino è sempre la stessa. È quella che ha già funzionato in Africa e che potrebbe presto trasformare il “cortile degli Stati Uniti” in zona a influenza cinese.

Presenza economica e strategica

La presenza del Dragone negli Stati che si affacciano sul Mar dei Caraibi si manifesta su due livelli. Il primo è ovviamente quello economico. Pechino ha la vorace necessità di creare nuovi mercati sui quali far affluire i prodotti del proprio settore manifatturiero. I beni di consumo a prezzi irrisori hanno già attecchito in Europa. Figurarsi se non possono fare altrettanto in contesti economici ben più complicati, come l’area caraibica. Arriviamo al secondo livello, strettamente connesso al primo: gli investimenti. Sempre più spesso, per aprire nuovi mercati, la Cina è disposta a costruire infrastrutture in Paesi terzi attingendo a soldi di tasca propria. Ponti, aeroporti, ferrovie: tutto quello che serve ad aiutare il Dragone a fruire dell’economia locale di un dato Stato strategico e alleato. Gli esempi più eclatanti in cui si notano questi effetti sono Panama e Nicaragua.

Le relazioni con Panama

Panama è di fatto il gate principale dei Caraibi. Il Presidente cinese Xi Jinping ha visitato il Paese lo scorso dicembre firmando un patto di cooperazione su 19 tematiche, fra cui commercio e infrastrutture. Nel frattempo appaltatori cinesi hanno portato a casa contratti importantissimi per la costruzione di un porto, un centro congressi e un nuovo ponte sopra il Canale. Ricordiamo che due terzi delle navi da o per gli Stati Uniti passano proprio attraverso il Canale di Panama, dal 1903 al 1979 territorio statunitense. Adesso non è più così e la Cina prova a insediare Washington da vicino. Il Ministro del Commercio di Panama, Agusto Arosemena, è arrivato a dichiarazioni forti e chiare: “Diventeremo la porta per le merci cinesi in America Latina. Saremo un esempio di come i paesi più piccoli possono negoziare con la Cina”.

Il canale interoceanico in Nicaragua

Ma il Dragone si spinge oltre e guarda anche al Nicaragua. Qui Pechino vorrebbe costruire un nuovo canale sul modello di quello di Panama. Un canale interoceanico cinese – e non americano – che potrebbe cambiare il destino delle rotte commerciali. Costo previsto: 50 miliardi di dollari per un canale di 276 chilometri. Nel 2013 è stato Wang Jing a ottenere il contratto di costruzione dell’opera conferito dal presidente nicaraguense Daniel Ortega. Wang è un miliardario che può contare sull’HK Nicaragua Canal Development, un gruppo con sede a Hong Kong. Il problema è che, dopo aver perso parte della sua fortuna, l’investitore sta ora tenendo un basso profilo. E i lavori, iniziati nel 2016, sarebbero fermi. Il Nicaragua rassicura tutti: “Ci sono stati dei ritardi ma l’HKND ci sta ancora lavorando, è un progetto molto grande. Tutto procede lentamente”.

I due fronti cinesi

La Cina sta giocando su due fronti: Panama e Nicaragua. Visto che la scorsa estate Panama ha interrotto le relazioni diplomatiche con Taiwan per stabilirne con Pechino, la situazione potrebbe cambiare. Il Dragone, se riuscisse a mettere davvero le mani su Panama, si ritroverebbe un alleato ricco, strategico e con un canale già funzionante. Il piano B? Dirottare sul Nicaragua, con tutti i rischi connessi. Quel che è certo è che il Dragone sta per bussare alle porte di Washington.

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